
di Raffaele Bonanni
ROMA (ITALPRESS) – Per cinquant’anni l’Italia ha ricevuto lo stesso avvertimento. Nel 1973 l’embargo petrolifero, nel 1979 la rivoluzione iraniana, poi la guerra Iran-Iraq, il Kuwait nel 1990, il petrolio oltre 140 dollari nel 2008, la Libia, la pandemia, l’Ucraina, la crisi del gas europeo e le nuove tensioni in Medio Oriente. Cambiano le date, non la lezione: chi dipende troppo dall’energia altrui paga anche le guerre degli altri.
E noi continuiamo a pagare. Il costo dell’energia entra nel pane, nei trasporti, nella produzione industriale, nella distribuzione. Divora così salari che da anni rincorrono il costo della vita.
A quel punto la politica scopre l’emergenza e apre il consueto catalogo: bonus, sconti, crediti d’imposta, ristori. Sono aiuti necessari. Ma chiamarle politica energetica sarebbe come distribuire ombrelli durante un’alluvione e sostenere di aver costruito gli argini. Gli argini, invece, richiedono scelte.
L’Italia aveva costruito una straordinaria scuola idroelettrica, con grandi invasi come Resia, Cancano-San Giacomo, Santa Giustina, Campotosto e Occhito. Non eravamo autosufficienti, ma l’energia era infrastruttura e sovranità. Poi il boom economico e l’industrializzazione moltiplicarono i consumi e la dipendenza dall’estero. Da allora siamo diventati maestri del paradosso. Vogliamo energia a buon mercato ma contestiamo gli impianti; invochiamo autonomia ma importiamo combustibili; celebriamo le rinnovabili ma imprigioniamo fotovoltaico, eolico, reti e accumuli in procedure interminabili.
Sul nucleare abbiamo trasformato una scelta tecnologica e strategica in un tabù politico. Ora arriva il conto del futuro. Auto elettriche, pompe di calore, industrie digitalizzate, data center e intelligenza artificiale faranno crescere la domanda di elettricità. L’IA non è una nuvola immateriale: dietro ogni algoritmo ci sono server, reti, sistemi di raffreddamento e centrali. Perciò la domanda seria non è quanto stanziare per il prossimo bonus. È capire quanta energia dovremo produrre tra dieci o vent’anni, a quale costo e con quale sicurezza.
Serve un patto nazionale che sopravviva ai governi: molto più fotovoltaico ed eolico dove hanno senso, idroelettrico, geotermia, accumuli, reti moderne, interconnessioni europee e risorse nazionali. E serve riaprire senza superstizioni la questione nucleare, valutando costi, tempi e sicurezza. Non esiste una fonte salvifica. Esiste un mix più intelligente e la capacità di decidere.
L’autonomia assoluta è impossibile; ridurre una dipendenza pericolosa è invece un dovere. La prossima crisi energetica non chiederà il permesso prima di arrivare. Potrà nascere da una guerra, da un embargo, da rotte interrotte o nuove tensioni geopolitiche. Se ci troverà ancora a discutere soltanto di aiuti, avremo già perso.
I bonus curano il conto di ieri. Una strategia energetica costruisce il Paese di domani. Confondere le due cose non è prudenza: è rinviare la scelta e spedire la fattura, maggiorata, alla prossima generazione.
– Foto Ipa Agency –
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