PALERMO (ITALPRESS) – Un insieme di riflessioni sugli strumenti da adottare nel contrasto a Cosa nostra, ma anche sul ruolo che deve ricoprire lo Stato per guadagnarsi la fiducia dei cittadini: a raccoglierle è ‘La mafia e il potere’, volume edito dall’Istituto siciliano di studi politici ed economici (Isspe) che riprende un celebre discorso tenuto da Paolo Borsellino all’interno dell’Istituto stesso. Era il 14 gennaio 1989: in quell’occasione il magistrato ipotizzava, proprio in vista di quel 1992 in cui avrebbe perso la vita, un’Europa senza mafia. Il testo è stato presentato presso la Fondazione società siciliana per la storia patria a Palermo alla presenza del procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia, del presidente dell’Isspe Francesco Paolo Ciulla, dell’avvocato della famiglia Borsellino (nonché genero del magistrato) Fabio Trizzino, del componente della commissione parlamentare Antimafia Raoul Russo e della deputata di Fratelli d’Italia Carolina Varchi, ex vicesindaco di Palermo.
Nel discorso di Borsellino, che proprio oggi avrebbe compiuto 86 anni, il fenomeno mafioso non viene visto solo sotto la lente della repressione giudiziaria: viene piuttosto indicata la via per un approccio delle istituzioni votato al cambiamento. Alle radici del potere di Cosa nostra vengono identificate l’assenza di un sistema efficace di amministrazione della giustizia e la mancanza di fiducia economica: in questo senso i cittadini diventano vittime che, per assecondare i propri interessi o trovare una sponda in un soggetto diverso dallo Stato, rischiano di diventare complici dell’organizzazione criminale. Al di là della soluzione repressiva, per Borsellino è necessario che siano le stesse istituzioni a fornire ai cittadini strumenti alternativi: parallelamente c’è un appello alla società civile e in particolare alle nuove generazioni, le stesse che dopo la strage di via D’Amelio ne portano avanti l’esempio ogni giorno.
“Per me è un dovere ricordare Borsellino nel giorno del suo compleanno – sottolinea De Lucia – Prima che arrivassero lui e Falcone la lotta alla mafia e l’essere magistrati erano intesi in modo diverso. Io ho cercato di apprendere tutto dal loro lavoro, incluso quest’intervento del 1989: per capire cos’è oggi la mafia bisogna ragionare sulle sue complessità e sui potenziali strumenti di contrasto, che non possono essere solo quelli dell’azione giudiziaria. Lui parlava guardando al futuro e riflettendo sul ruolo delle istituzioni, dai Comuni fino a quello che nel giro di pochi anni sarebbe diventato il parlamento europeo: l’azione di repressione di magistratura e forze dell’ordine è indispensabile, perché se lo Stato non fa il suo dovere la fiducia dei cittadini non si attiva. Oggi Cosa nostra è debole ma non sconfitta: il suo primo punto di riferimento è l’accumulo di capitali in tempi brevi, così da finanziare l’organizzazione e il suo esercito; serve dunque massima attenzione al traffico di stupefacenti”.
Ciulla evidenzia come nell’intervento di Borsellino è presente “una disamina precisa delle dinamiche dell’organizzazione mafiosa: la mafia viene definita come un potere criminale sul territorio, che vive di territorio e rapporti con chi opera sul piano politico ed economico. La mafia è sempre uguale a se stessa: Borsellino prende spunto dalla relazione di Franchetti a fine ‘800, dove la mafia viene definita in maniera chiara”. Pur in un contesto economico differente, aggiunge il presidente dell’Isspe, “persistono l’attività illecita e il controllo del territorio, imponendo il proprio potere come un anti-Stato e mettendosi a disposizione con un’offerta di servizi contro lo Stato: la mafia si pone come un attrattore che risolve i problemi della gente, di questo Borsellino si rammarica perché deve essere lo Stato a dimostrarsi vicino al cittadino. Anche oggi vediamo come in interi quartieri moltissimi imprenditori vadano a cercare il referente mafioso per mettersi a disposizione e chiedere il permesso: è una mafia che gestisce le attività economiche, decidendo chi può aprire e chi no”.
Il ragionamento di Trizzino parte invece dal titolo del volume: “La mafia mira al potere perché attraverso esso è in grado di realizzare il profitto, che è alla base della sua esistenza. Borsellino in questo testo sviluppa i connotati essenziali dell’anti-Stato cioè l’uso della forza, il monopolio fiscale attraverso le imposizioni del pizzo, le infiltrazioni nella pubblica amministrazione e in particolare nel settore degli appalti, l’esercizio della sovranità su un territorio che oggi va oltre la Sicilia: la mafia non è più solo un fenomeno antropologicamente siciliano, ma coinvolge l’intero territorio nazionale”. Un altro aspetto di cui Borsellino aveva ben compreso le dinamiche, afferma l’avvocato, è la capacità di Cosa nostra di infiltrarsi negli enti locali: “Da quando è stata istituita la legge 221/1991 circa 400 Comuni sono stati sciolti per infiltrazione mafiosa: parliamo dell’ente territoriale di base della nostra Repubblica, questo ci fa rendere conto di come Borsellino nel 1989 avesse già individuato il pericolo; oggi, in forme diverse, dobbiamo ancora tenere alta l’attenzione perché Cosa nostra riesce sempre a leggere gli eventi, a volte meglio di chi è deputato a contrastarli. L’appello che Borsellino ha rivolto alle giovani generazioni mi sembra sia stato sostanzialmente colto: bisogna avere fiducia in esse, perché alla radice del movimento mafioso vi era anche una questione di crescita della società civile. Rispetto al 1989 molto è stato fatto e molto c’è ancora da fare, ma io credo che oggi raccogliamo i frutti del sangue di tante vittime innocenti di mafia”.
Russo si sofferma sull’attualità delle riflessioni del magistrato, in quanto “la mafia era e continua a essere una forza che ama esercitare il suo potere attraverso gli affari, gli appalti, l’infiltrazione nei tessuti economico e politico: per contrastarla serve un tessuto politico e amministrativo in grado di essere ‘impaziente’, come diceva Borsellino, e raccogliere la fiducia dei cittadini”. L’attenzione si sposta poi sulla riforma della giustizia che, secondo il componente della commissione Antimafia, “non è assolutamente punitiva nei confronti della magistratura, anzi vuole restituirgli dignità, ruolo, terzietà e quell’imparzialità che veniva predicata anche da Falcone e Borsellino: l’autorevolezza della magistratura non deve mai essere messa in discussione, la riforma è un atto di fiducia e non di sfiducia“.
L’attenzione di Varchi si focalizza invece su alcuni passaggi del volume: “Mi ha colpito di più quello che riguarda il rapporto di fiducia che deve esserci tra i cittadini e lo Stato. La giustizia gioca un ruolo molto importante, al pari delle amministrazioni: Borsellino si soffermava anche sugli enti locali e sulla necessità che le diramazioni dello Stato apparissero trasparenti, perché solo così i cittadini potranno avere fiducia nello Stato. All’epoca venivano citate ingenti risorse destinate al Mezzogiorno: è uno scenario che sembra davvero attuale, lo Stato deve avere la forza di impiegare tutte le risorse dei cittadini e per i cittadini; solo così, ma anche con riforme e investimenti, si costruirà un futuro di fiducia senza che il cittadino pensi di doversi rivolgere alla mafia”.
– foto xd8/Italpress –
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