Di Vincenzo Petrone (*)
ROMA (ITALPRESS) – I diplomatici di carriera in tutto il mondo hanno un vezzo, quello di lamentarsi che il dinamismo e le altre qualità che loro vorrebbero imprimere alla politica estera del proprio Paese vengono sacrificate sull’altare della politica dai loro Governi. I diplomatici degli Stati Uniti non fanno eccezione, salvo in un caso peraltro ricorrente. Quando un Presidente perde le elezioni di mid term mentre è al suo ultimo mandato. Dunque, non essendo rieleggibile non ha impegni per le successive elezioni presidenziali. Per di più, avendo perso con le elezioni di mid term il controllo del Congresso non può neppure adoperarsi per far approvare leggi che realizzino le sue promesse di politica interna. Si ritrova con un eccesso di tempo libero ed energie, ma con un deficit di focalizzazione dei media sulla sua persona. E per questa ragione i Presidenti modello “anatra zoppa” cercano sul versante internazionale quel profilo e quella “legacy” che dovrebbero marcare il ricordo della loro presidenza nel grande pubblico.
Per i prossimi 2 anni, questa è la situazione in cui si trova il Presidente Donald J. Trump dopo lo tsunami alle elezioni del 3 novembre a favore del Partito Democratico Nel caso di Trump però, il “sentiment” della diplomazia professionale americana deve essere che Trump negli ultimi 2 anni di mandato, si dedichi anima e corpo ai suoi progetti architettonici a Washington, ossia la nuova sala da ballo presidenziale da mezzo ettaro, l’arco di trionfo e il nuovo campo da golf sul Potomac.
La CNN di oggi riferisce che il giorno dopo la sconfitta elettorale, la prima cosa che il Presidente ha fatto è stata visitare il cantiere della sua ballroom mormorando “immagina quando ci saranno i candelieri accesi che si riflettono nei marmi che ho scelto per il pavimento….” E se l’architettura e la decorazione di interni non esaurissero le energie del Presidente, i diplomatici preferirebbero che questi si dedicasse ad incrementare il proprio patrimonio finanziario e quello dei suoi cari, che secondo le stime del New York Times in meno di 2 anni di Presidenza è già cresciuto di 4 miliardi di dollari. L’edilizia monumentale e il family office finanziario non saranno sufficienti ad occupare il Presidente. Sarà tentato di manovrare le leve della diplomazia personale e dello strumento militare. Dove e come?
Vengono subito alla mente 3 ipotesi, non alternative tra loro bensì complementari rispetto all’immagine e all’eredità che Trump vuole lasciare. La prima riguarda Cuba ove la tentazione di fare un colpo di mano militare ad alta visibilità sarà irresistibile, più o meno in stile Venezuela, senza però la diretta remunerazione economica estorta ai venezuelani. Cuba non ha petrolio ma sono 3 milioni gli americani di origine cubana che chiedono di liberare l’isola dal governo castrista. Rispetto al Venezuela, il rischio sarebbe naturalmente più elevato in termini di perdite umane tra i militari americani e ciò in quanto il governo cubano dispone tuttora di un significativo apparato militare e di intelligence facilmente trasformabile in guerriglia sul territorio. Né sarebbe realistico immaginare una transizione post castrista affidandola ad una personalità della esistente struttura di potere cubana, per intenderci sullo schema venezuelano Delcy Rodriguez. La Vice Presidente di Maduro ne ha preso il posto preservando le strutture repressive che in Venezuela mantengono l’ordine, adesso in obbedienza agli Stati Uniti.
La seconda ipotesi su cosa farà Trump è molto più complessa e riguarda la guerra in Iran. La tentazione del Presidente potrebbe essere di chiudere il conflitto con un ultimo, massiccio intervento per poi dichiarare missione compiuta, e riportare a casa le portaerei. Come? Con un pesantissimo bombardamento dei siti di arricchimento dell’uranio, in particolare quello di Pickaxe Mountain, utilizzando la bomba da 13 tonnellate denominata Massive Ordnance Penetrator. Non distruggerebbe neanche stavolta la capacità iraniana di arricchire l’uranio ma almeno renderebbe impossibile agli iraniani, per qualche tempo, far funzionare le centrifughe e aver accesso all’uranio già arricchito ed immagazzinato. La minaccia costituita potenzialmente dalle ambizioni nucleari dell’Iran resterebbe intatta ma più lontana nel tempo. È già successo dopo i bombardamenti sui siti di Natanz e Fordow in giugno, quando Trump dichiarò con un eccesso di entusiasmo, che il potenziale nucleare iraniano era stato “annientato”. Resterebbero pressoché intatti per Israele, per le Monarchie sunnite e per le basi americane in Medio Oriente ed oltre, i rischi di attacchi letali iraniani con missili balistici e droni per i quali con ogni probabilità Teheran ha già in larga misura ricostituito le scorte, grazie all’aiuto di Russia e Cina. Sul ripristino della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz Trump aveva già ceduto molto con il memorandum firmato a giugno. All’art. 5 si statuiva che “l’amministrazione futura e i servizi dello Stretto saranno decisi(!) dall’Iran, in consultazione con l’Oman e in discussione con gli altri Stati del Golfo, in conformità con il Diritto internazionale”.
Ossia gli americani riconoscevano che sarebbe spettato all’Iran decidere come gestire il traffico nello Stretto, quali servizi e quali pedaggi imporre. Doveva soltanto consultarsi con l’Oman e discuterne con gli altri Stati rivieraschi e ricalcare intese più o meno analoghe raggiunte in altre parti del mondo, per es. nello Stretto di Malacca, per non violare apertamente il diritto internazionale. Trump non è riuscito a riportare lo Stretto allo status quo ante ed è impensabile che possa durare a tempo indefinito il costosissimo apparato navale di scorta ad un certo numero di petroliere navetta. A questo punto, il Presidente potrebbe anche decidere di lavarsene le mani, acconsentendo ad una qualche fumosa formula diplomatica che basti a salvargli la faccia e preveda una cogestione concordata tra Iran e Oman. Un compromesso che obtorto collo sarebbe accettabile per le altre monarchie del Golfo, che non vedono l’ora di veder conclusa una guerra che non volevano e che sta distruggendo i loro programmi di diversificazione economica rispetto alla storica dipendenza dall’export di idrocarburi. Il tutto nella speranza, non infondata, che man mano che arriveranno a fruizione i nuovi investimenti in infrastrutture per l’export del petrolio e gas via tubo, la presa iraniana sulla giugulare dell’economia globale e su quella dei suoi vicini diminuirà significativamente in quanto Hormuz sarebbe aggirata.
Infine, la terza applicazione dell’attivismo di Trump in politica estera potrebbe essere di imminente realizzazione, e riguarderebbe noi europei molto da vicino. Ci riferiamo ad un possibile vertice tripartito tra Cina, USA e Russia. Putin sta da settimane chiedendo a Xi Jinping di organizzarlo a margine del vertice APEC che la Cina ospita a Shenzhen tra il 18 e il 19 novembre. Un incontro del genere sarebbe la consacrazione della Russia di Putin come potenza globale e allo stesso tempo, costituirebbe una umiliazione cocente per l’Europa. La guerra in Ucraina potrebbe non apparire apertis verbis nell’agenda formale del vertice ma sarebbe futile pensare che il futuro dell’Ucraina non venga trattato in quel vertice alle condizioni di Putin e alle spalle del governo di Kiev e dei suoi sostenitori europei.
La settimana scorsa, Xi Jinping in un colloquio a Pechino con il Presidente della Germania Walter Steinmeier ha negato, secondo una dichiarazione dello stesso Steinmeier, di “essere al corrente di preparativi in corso” per questo vertice a 3 di Shenzhen. Quel che però i cinesi non hanno potuto negare è che la proposta di Putin è sul tavolo da parecchie settimane e che, di concerto con gli americani, i russi stanno insistendo perché il vertice abbia luogo. Il vertice tripartito potrebbe non aver luogo e la corrispondenza d’amorosi sensi tra Trump-Putin potrebbe restare delusa. Ma se così sarà gli europei dovranno ringraziare gli elettori americani che hanno demolito politicamente Trump alle mid term. E in tal modo hanno reso il rapporto con questo Presidente meno interessante se non tossico per la leadership cinese. A Shenzhen, Trump cerca l’effetto ottico immediato e Putin vuole essere accettato tra i Grandi del mondo. Ma Xi Jinping pensa a lungo termine.
Il Trump di oggi, indebolito e inviso ai leaders occidentali, per Pechino può valere meno del rapporto economico e commerciale che la Cina vuole avere con l’Europa. Per la Cina, rifiutare il vertice tripartito avrebbe un prezzo in quanto equivarrebbe al mancato riconoscimento cinese di Putin come degno partecipante al club dei 3 Grandi. Ma anche fare l’incontro avrebbe un costo sul versante del rapporto tra Cina ed Europa. Ma nella scala delle priorità cinesi, quel costo sarebbe trascurabile a condizione che il Presidente americano portasse in dote cambiamenti sostanziali circa l’impegno degli Stati Uniti su Taiwan. Basterebbe che Washington accettasse, anche senza annunci formali, di rinviare sine die la fornitura a Taiwan del pacchetto di 14 miliardi di dollari approvato già da tempo dal Congresso ma sospeso da Trump. In conclusione, come alleati dell’America domandiamoci chi avrebbe immaginato solo qualche anno fa che l’Europa dovesse sperare in Xi Jinping per risparmiarci l’umiliazione di vedere Trump e Putin che in Cina decidono il come e il quando di un cessate il fuoco alle porte di casa nostra, a danno dell’Ucraina e dell’Europa.
Mark Carney, l’impareggiabile Primo Ministro del Canada ha detto recentemente “se non sei al tavolo sei nel menu”. A Berlino, Parigi e Roma dobbiamo chiederci come mai. Possiamo farlo solo insieme, meglio se ad alta voce. E dicendo la verità ai cittadini, inclusi quanti si oppongono agli aiuti militari all’Ucraina ed alla ricostituzione della nostra capacità di difenderci.
* Ambasciatore A. R., ex Ambasciatore a Tokyo ed ex Direttore della Fondazione Italia Cina.
– Foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).









