di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Un’ONU indebolita dai tagli finanziari, paralizzata sulle grandi guerre e condizionata dalle rivalità tra le potenze, ma ancora insostituibile per gestire crisi, operazioni di pace e assistenza umanitaria. È il quadro tracciato dall’International Crisis Group nel rapporto “Ten Challenges for the UN in 2026-2027”, presentato questa mattina a New York, alla vigilia della settimana di alto livello dell’Assemblea Generale, dal direttore del Global Issues and Institutions Program Richard Gowan, dal responsabile degli Affari ONU Daniel Forti.
International Crisis Group è un’organizzazione indipendente specializzata nella prevenzione dei conflitti, che attraverso analisi sul terreno e attività diplomatica formula proposte per prevenire guerre e favorire soluzioni politiche alle crisi.
All’incontro, negli uffici di Crisis Group a Manhattan, hanno partecipato numerosi corrispondenti ONU, che dopo la presentazione hanno discusso con gli esperti alcune delle questioni destinate a dominare le prossime settimane a Turtle Bay: la scelta del successore di António Guterres, il rapporto tra Stati Uniti, Cina e Nazioni Unite, la crisi con Israele e persino il possibile impatto dell’intelligenza artificiale sulla sicurezza mondiale.
Il rapporto parte da una diagnosi severa. A un anno dall’ultima Assemblea Generale, l’ONU resta intrappolata in una crisi aperta, nonostante i tagli e le riforme avviate con UN80. Il Consiglio di Sicurezza riesce ancora a trovare compromessi su dossier secondari, ma rimane sostanzialmente bloccato sulle crisi maggiori, dalla guerra tra Stati Uniti-Israele e Iran all’Ucraina e al Sudan. Eppure, sottolinea Crisis Group, l’Organizzazione resta il foro universale dove le potenze continuano almeno a confrontarsi e l’attore meglio attrezzato per fornire aiuti umanitari, condurre operazioni di pace e gestire crisi prolungate.
Il nodo finanziario è centrale. Gli Stati Uniti devono all’ONU quasi 4 miliardi di dollari di contributi obbligatori e, pur avendo annunciato in agosto un pagamento di 725 milioni, Washington ha spinto per un forte ridimensionamento dell’Organizzazione. Il bilancio 2026 del Segretariato è stato ridotto di quasi il 15% e il personale del 19%. La crisi di liquidità ha inoltre costretto le missioni di peacekeeping a rimpatriare quasi 13 mila dipendenti civili e uniformati, riducendo pattugliamenti e presenza sul terreno in Paesi come Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo e Repubblica Centrafricana.
Parlando però dell’amministrazione Trump, Gowan ha riconosciuto all’ambasciatore americano all’ONU Mike Waltz il merito di aver riportato negli ultimi mesi un certo ordine nei rapporti con il Palazzo di Vetro, contribuendo a contenere alcuni degli “strappi” di Washington. Il clima tra Stati Uniti e Nazioni Unite, ha osservato, è oggi migliore rispetto a un anno fa. Quanto a ciò che Trump dirà all’Assemblea Generale la prossima settimana, Gowan ha sorriso: “Nessuno lo sa e nessuno lo saprà fino all’ultimo momento, probabilmente neanche chi gli scrive il discorso”.
Le dieci sfide individuate da Crisis Group riguardano alcuni dei principali fronti sui quali l’ONU può ancora esercitare un ruolo nella prevenzione e gestione dei conflitti. Tra questi il futuro della presenza internazionale nel Libano meridionale dopo UNIFIL, la guerra in Sudan e le crisi di Gaza e Haiti, oltre alla necessità di ripensare le operazioni di pace e, soprattutto, la strategia che il prossimo Segretario Generale dovrà adottare in un sistema internazionale sempre più frammentato.
Proprio la successione a Guterres, che concluderà il mandato il 31 dicembre, ha occupato una parte importante del confronto con Gowan e Forti. Gli esperti non prevedono uno stallo fino alla fine dell’anno: nonostante le divisioni tra le grandi potenze, ritengono che il Consiglio di Sicurezza abbia interesse a trovare un accordo in tempo, anche per evitare una crisi istituzionale e una pessima figura per l’ONU. La Francia, presidente di turno del Consiglio a settembre, punta a tenere un nuovo straw poll già questa settimana, prima dell’arrivo dei leader per l’Assemblea Generale. L’obiettivo potrebbe essere quello di restringere il campo, facendo emergere le candidature più forti e lasciandone magari due o tre per la fase decisiva. Il rapporto ricorda che un candidato deve ottenere almeno nove voti sui quindici membri del Consiglio e nessun veto dei cinque permanenti prima di essere raccomandato all’Assemblea Generale. Nel Q&A è emerso inoltre che un possibile argine a un accordo dei P5 su un candidato debole o scarsamente qualificato non sarebbe tanto l’Assemblea Generale quanto i dieci membri eletti del Consiglio di Sicurezza.
Anche con l’accordo di Stati Uniti, Cina, Russia, Francia e Regno Unito, servono infatti almeno altri quattro voti per raggiungere la soglia di nove. Crisis Group non considera invece le elezioni americane di midterm un fattore capace di condizionare significativamente i tempi della selezione: storicamente il rinnovo del Congresso non ha avuto un ruolo determinante in questo processo.
Più delicato sarà il rapporto con Israele. Dopo lo scontro senza precedenti tra il governo Netanyahu e Guterres, dichiarato persona non grata da Israele, secondo gli esperti il prossimo Segretario Generale dovrà cercare di ricostruire un rapporto di lavoro con lo Stato ebraico, indipendentemente dal fatto che Netanyahu rimanga o meno al potere dopo le prossime elezioni. Molto si è parlato anche di intelligenza artificiale e della possibilità che possa diventare una minaccia alla pace internazionale o, negli scenari estremi evocati nel dibattito globale, persino alla sopravvivenza dell’umanità.
Gowan e Forti non si sono sbilanciati su scenari così radicali, ma hanno riconosciuto all’ONU e in particolare a Guterres – laureato in ingegneria – il merito di aver individuato precocemente i potenziali pericoli dell’AI e di aver lanciato l’allarme sulla necessità di una governance internazionale. Rimane però molto meno chiaro quanto concretamente le Nazioni Unite possano fare. Il rapporto stesso rileva una tensione: molti Stati vogliono che il prossimo Segretario Generale torni a concentrarsi maggiormente sulla prevenzione e risoluzione dei conflitti, sostenendo che l’ONU non può aspirare a guidare il dibattito su questioni come l’AI se non riesce a dimostrare efficacia nella sua missione fondamentale di mantenimento della pace e della sicurezza.
Infine la Cina. Nel confronto con i giornalisti, gli esperti di Crisis Group hanno ridimensionato l’idea, diffusa soprattutto negli Stati Uniti, che Pechino voglia approfittare del disimpegno americano per “prendersi” le Nazioni Unite. La Cina utilizza l’ONU per perseguire i propri interessi, come tutte le grandi potenze, ma non sembra intenzionata ad assumersi sulle spalle il peso politico e finanziario lasciato dagli Stati Uniti, anche quando le è stato prospettato di colmare parte del vuoto americano. Pechino, secondo l’analisi emersa al briefing, preferisce sostanzialmente lo status quo.
La conclusione del rapporto è che il prossimo Segretario Generale non potrà risolvere da solo le crisi dell’ONU, potrà però rafforzarne la capacità di mediazione e gestione dei conflitti, mobilitare sostegno politico e finanziario e soprattutto rilanciare le ragioni della cooperazione internazionale. Nonostante paralisi, rivalità e tagli, Crisis Group considera le Nazioni Unite ancora dotate di capacità che nessun’altra organizzazione internazionale può facilmente sostituire.
– Foto xo9/Italpress –
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