Contrattazione, produttività e innovazione pilastri fondamentali

di Raffaele Bonanni

ROMA (ITALPRESS) – L’apertura del confronto tra Confindustria e sindacati rappresenta una buona notizia. Ma lo sarà davvero soltanto se entrambe le parti avranno il coraggio di uscire dai recinti culturali che hanno accompagnato la contrattazione degli ultimi decenni. Se, invece, il negoziato dovesse limitarsi a ripercorrere il sentiero già battuto, aggiornando tabelle salariali, classificazioni professionali e assetti normativi concepiti per un’economia che non esiste più, l’intesa nascerebbe già vecchia. E, soprattutto, sarebbe inutile.

L’intelligenza artificiale, la digitalizzazione, la robotica, la manifattura intelligente e l’organizzazione dei processi fondata sui dati stanno modificando radicalmente il lavoro. Cambiano le competenze richieste, i tempi della produzione, le responsabilità individuali, i modelli organizzativi e perfino il concetto stesso di professionalità. Pretendere di governare questa trasformazione con gli strumenti del Novecento equivale a navigare nell’oceano con la carta geografica delle strade consolari.

Il nodo decisivo non è soltanto quanto aumenteranno i salari. È come si creeranno le condizioni perché possano aumentare stabilmente. Senza produttività non esiste redistribuzione durevole. Senza innovazione non esiste produttività. E senza una nuova organizzazione del lavoro capace di valorizzare le tecnologie, la competitività delle imprese continuerà a indebolirsi, trascinando con sé salari, occupazione e investimenti.

Per questa ragione la contrattazione è chiamata a cambiare natura. Non può più limitarsi a distribuire la ricchezza prodotta. Deve concorrere a produrla. Formazione permanente, certificazione delle competenze, partecipazione dei lavoratori ai processi di innovazione, organizzazione flessibile del lavoro, welfare contrattuale e condivisione dei risultati devono diventare l’ossatura dei nuovi contratti. Non capitoli accessori, ma il loro fondamento.
Anche il sindacato è chiamato a una svolta culturale. Difendere il lavoro non significa più conservare mansioni destinate a scomparire, bensì mettere ogni persona nelle condizioni di affrontare con successo il cambiamento.

Allo stesso modo, le imprese devono comprendere che investire sulle competenze e condividere una parte dei guadagni di produttività non è un costo aggiuntivo, ma il più redditizio degli investimenti.

Serve, insomma, un nuovo equilibrio tra diritti e doveri. Il diritto alla formazione deve accompagnarsi al dovere di aggiornarsi. Il diritto dell’impresa a innovare deve corrispondere al dovere di investire sulle persone. Il diritto a salari migliori deve poggiare sul comune impegno ad accrescere produttività e competitività.

Se il confronto tra Confindustria e sindacati imboccherà questa strada, potrà inaugurare una nuova stagione delle relazioni industriali. Se, invece, prevarranno la nostalgia delle vecchie liturgie negoziali e la rassicurante ripetizione di schemi ormai logori, avremo soltanto contratti più pesanti e imprese più deboli. E quando la competitività ristagna, i salari non crescono: restano al palo. La storia economica lo dimostra. Sarebbe imperdonabile fingere di non saperlo.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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