SpaceX in borsa, nuovo oro dello spazio e il rischio di una frontiera senza regole

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di Andrea Colucci 

ROMA (ITALPRESS) – La prossima quotazione in Borsa di SpaceX non è soltanto una grande operazione finanziaria. È, più probabilmente, uno spartiacque politico, industriale e culturale: il momento in cui lo spazio, da frontiera della ricerca pubblica e della cooperazione internazionale, entra con ancora più forza nella logica del mercato dei capitali. Secondo le ultime ricostruzioni di accreditati analisti finanziari e di grandi testate finanziarie come Wall Street Journal e Financial Times, la società di Elon Musk punta a raccogliere circa 75 miliardi di dollari e a presentarsi agli investitori con una valutazione vicina a 1,75 trilioni di dollari. Numeri che da soli basterebbero a raccontare l’eccezionalità dell’operazione. Ma il punto vero non è solo quanto vale SpaceX. È che cosa potrà diventare, e con quali limiti.

Le opportunità sono evidenti. Una raccolta di capitali di queste dimensioni può alimentare un ciclo di innovazione senza precedenti: nuovi lanci, nuovi satelliti, nuove missioni, sviluppo di Starship, infrastrutture orbitali, reti di comunicazione, tecnologie dual use e, più in generale, una filiera industriale capace di trascinare competenze, fornitori, ricerca applicata e occupazione qualificata. Lo spazio costa. Costa progettare, testare, fallire, riprovare. Costa mantenere una capacità di lancio autonoma, ridurre il prezzo per chilogrammo in orbita, immaginare missioni lunari e marziane, costruire sistemi resilienti di comunicazione e osservazione. In questo senso, l’accesso ai mercati può diventare benzina per accelerare ciò che finora è stato possibile solo con un mix di investimenti privati, contratti pubblici e visione imprenditoriale. Non sarebbe corretto liquidare tutto come una bolla o come l’ennesima prova di onnipotenza tecnologica.

SpaceX ha già cambiato il settore: ha abbattuto costi, imposto ritmi, costretto agenzie e concorrenti a ripensare modelli considerati intoccabili. La finanza, quando sostiene ricerca e manifattura avanzata, può essere un moltiplicatore. Può rendere più frequenti le spedizioni nello spazio e più rapida la sperimentazione di tecnologie che, un domani, potranno avere ricadute anche sulla Terra. Eppure proprio qui nasce il problema. Perché la stessa forza che rende SpaceX un motore di innovazione può trasformarsi in una concentrazione di potere difficilmente governabile. Una società privata, con un azionista di riferimento dominante e una capacità operativa superiore a quella di molti Stati, rischia di occupare una posizione quasi sovrana in un dominio che non appartiene a nessuno, ma riguarda tutti. Lo spazio non è una piattaforma digitale in più. È infrastruttura strategica, comunicazione, sicurezza, difesa, osservazione climatica, navigazione, gestione delle emergenze. Chi controlla l’accesso allo spazio, le orbite, le costellazioni satellitari e domani forse anche capacità di calcolo fuori dall’atmosfera, non controlla soltanto un mercato: controlla una parte crescente dell’architettura su cui si reggeranno economia e geopolitica. L’idea di data center nello spazio, e in prospettiva persino su Marte, non è soltanto una suggestione futuristica.

È la proiezione di un modello: portare infrastrutture essenziali là dove le regole sono più deboli, dove la giurisdizione è incerta, dove chi arriva prima può dettare standard, condizioni e dipendenze. Piantare una bandierina, anche quando è tecnologica e non territoriale, resta un gesto politico. Il nodo, dunque, non è fermare SpaceX, Blu Origin, o altri competitor. Sarebbe miope. Il nodo è capire se la corsa allo spazio debba essere regolata prima o dopo che i rapporti di forza saranno consolidati. Oggi il quadro internazionale appare in ritardo rispetto alla velocità dell’industria. Trattati, principi e accordi esistono, ma non bastano più a governare costellazioni private, estrazione di risorse, traffico orbitale, responsabilità sui detriti, uso militare indiretto delle infrastrutture e proprietà dei dati generati fuori dalla Terra. Qui torna centrale il ruolo degli Stati e delle istituzioni nazionali. Non come freno burocratico, ma come contrappeso democratico e strategico.

Le agenzie spaziali restano strumenti essenziali per orientare la ricerca, garantire accesso equo, definire missioni di interesse pubblico e mantenere sovranità tecnologica. In Italia questo ruolo passa dall’ASI, l’Agenzia Spaziale Italiana, chiamata a preparare e attuare la politica spaziale nazionale in raccordo con il Governo. A livello europeo passa dall’ESA, che ha il compito di consolidare una capacità spaziale comune e di trasformare gli investimenti in benefici per i cittadini europei. Accanto alle agenzie, conta la ricerca pubblica e para-pubblica . In Italia il CIRA, soggetto attuatore del PRORA, il Programma nazionale di ricerche aerospaziali, rappresenta uno snodo importante: perché ricorda che l’aerospazio non è solo lancio e spettacolo, ma anche laboratori, competenze, sperimentazione, trasferimento tecnologico, formazione di capitale umano. Ma il ragionamento vale anche per gli altri centri di ricerca degli altri Paesi europei. Senza questa base, l’Europa rischia di diventare cliente di infrastrutture altrui.

La quotazione di SpaceX, quindi, va guardata con due occhi. Con il primo si vede una straordinaria occasione di progresso. Con il secondo si vede un rischio sistemico: la privatizzazione di una frontiera regolata troppo poco. L’equilibrio non sta nel diffidare del progresso, ma nel non confondere il progresso con l’assenza di limiti. Se lo spazio sarà la prossima infrastruttura dell’economia mondiale, allora non può essere lasciato soltanto alla velocità dei mercati o alla visione di un singolo imprenditore, per quanto geniale. Servono regole internazionali, capacità pubblica, alleanze tra Stati, ricerca indipendente e istituzioni in grado di parlare la stessa lingua della tecnologia. SpaceX può aprire una stagione nuova. Ma la domanda decisiva è chi scriverà le regole di quella stagione: il mercato, gli Stati o chi, arrivando per primo, avrà già reso le proprie regole inevitabili.

– Foto IPA Agency –
(ITALPRESS).

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