A ogni crisi bollette più alte, i bonus coprono solo gli errori

di Raffaele Bonanni

C’è una verità che si finge di non vedere, una verità che attraversa i secoli come una lama: le guerre non si fanno per ideali, si fanno per risorse. Il resto è scenografia, retorica, fumo negli occhi. Oggi la storia si ripete con una chiarezza quasi brutale. L’Ucraina è campo di battaglia anche perché sotto i suoi piedi e nei suoi snodi passano risorse strategiche e corridoi energetici decisivi. Il Medio Oriente continua a bruciare perché è il cuore pulsante degli idrocarburi globali e il controllo di quell’area significa influenza sul mondo intero. E quando lo Stretto di Hormuz trema, tremano i prezzi, le economie, le famiglie europee. Le motivazioni ufficiali? Sicurezza, identità, religione. Le vere motivazioni restano sempre le stesse: potere economico, controllo delle filiere, dominio energetico. La guerra in Ucraina ha semplicemente tolto la maschera, riscrivendo gli equilibri globali e mostrando quanto l’Europa sia fragile e dipendente.

A questo punto la domanda non può più essere evitata. Non riguarda Mosca o Teheran, riguarda noi. Perché l’Italia, paese industriale avanzato, non ha mai costruito una vera autonomia energetica? Fino agli anni ’60 una direzione esisteva: idroelettrico, investimenti, una certa idea di autosufficienza. Poi il boom economico ha fatto esplodere i consumi e la risposta è stata la più semplice: comprare, importare, dipendere. Abbiamo archiviato il nucleare senza mai riaprire davvero il confronto, abbiamo rallentato le rinnovabili dentro una rete di procedure che spesso sembrano pensate più per frenare che per sviluppare, e nel frattempo ci siamo legati a doppio filo agli accordi sul gas. Così ogni crisi internazionale diventa una crisi domestica e si traduce in bollette più alte. Ogni conflitto lontano entra, puntuale, nelle nostre case. Ma il risultato delle nostre scelte. I bonus, non cambiano nulla, coprono solo gli errori. Si distribuiscono aiuti, ma qualcuno ci guadagna: i produttori aumentano i profitti nelle fasi di crisi, i distributori ampliano i margini, e lo Stato incassa di più grazie all’aumento dei prezzi.

La crisi, per molti, non è un problema. È un’opportunità. Eppure il punto resta uno solo: l’autonomia energetica e subito. Richiede decisioni nette, continuità, capacità di reggere il costo politico delle trasformazioni. Significa tornare al nucleare, accelerare le rinnovabili liberandole dai vincoli, dismettere finalmente scontro ideologico sulle trivellazioni. Il paradosso è ormai evidente: quando l’energia si trova in casa nostra, ci si divide e si blocca tutto; quando arriva da fuori, la si paga senza discutere. Le guerre continueranno, perché le risorse restano il centro del potere globale. Ma per un paese come l’Italia il vero nodo non è prevedere l’instabilità del mondo, bensì decidere come starci dentro. Restare dipendenti significa subire ogni crisi. Costruire autonomia significa, almeno in parte, governarla. La differenza non sta nelle circostanze, ma nelle scelte che si ha il coraggio — o la paura — di fare.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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