
TEHERAN (IRAN) (ITALPRESS) – Lo scenario nelle prossime ore resta “molto dinamico” e “dipende sia da come prosegue l’operazione militare di Stati Uniti e Israele, sia dalla loro reale capacità di degradare la capacità missilistica e l’apparato securitario” iraniano, esercitato dai Guardiani della rivoluzione islamica e dai Basij. Lo ha dichiarato in un’intervista concessa all’agenzia Italpress Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies (Igs) ed esperto di Iran. “Colpire aerei degli anni ’70 sulle piste, navi obsolete in mare o nei porti, non è in questo momento il tipo di vantaggio che consente agli americani e gli israeliani di vincere questa sfida militare. Il vero elemento di forza dell’Iran è la componente missilistica e di lancio dei droni e la capacità di esercitare il controllo territoriale all’interno del Paese, ovvero la capacità securitaria interna”, ha affermato l’esperto.
Per Pedde, “senza la rimozione di questi due elementi restano aperti tanto il fronte interno, e quindi la capacità di controllo, tanto quello esterno e quindi la capacità di innalzare il costo politico e economico del conflitto”. Inoltre, per giungere al regime change auspicato da Tel Aviv e Washington “devono essere ridotte le capacità dei pasdaran e dei basij di poter esercitare una nuova fase repressiva, perché se questo non accade è difficile che la popolazione scenda per strada per provocare una ribellione, perché a gennaio li ha duramente colpiti e ha fatto un massacro, e questa volta farebbe ben di più”. Quanto ai curdi, anche in caso di sostegno esterno, appare “eccessivo” pensare possano destabilizzare l’intero Paese. Più plausibile un tentativo di alimentare fratture etniche, in linea con una visione israeliana che considera “accettabile” anche il collasso del sistema, a differenza degli Stati Uniti che lo vedono come “uno scenario pessimo”, ha illustrato l’analista.
Teheran considera l’attacco lanciato sabato da Israele e Stati Uniti una “minaccia esistenziale” e punta a “reggere più possibile, assorbendo qualsiasi danno”, con l’obiettivo di “innalzare il costo politico ed economico” per costringere soprattutto Washington a negoziare “su altri presupposti”, ha spiegato Pedde, ammettendo che non è certo che Teheran riesca in questo suo obiettivo. Per evitare il collasso, l’Iran “è pronto a superare qualsiasi linea rossa, compresi gli alleati, perché di fatto alternative ne hanno poche”, ha aggiunto.
In questo momento, ha proseguito Pedde, “la resa significa poi venire annientati da una protesta popolare o da una sollevazione”, e “il conflitto è quello che, per quanto è residuale, apre uno sporadico margine di possibilità di sopravvivenza”. La strategia di Teheran non è l’escalation totale, ma una pressione calibrata: “non svuotare gli arsenali”, bensì mantenere una “pressione di fuoco costante e centellinata”. L’obiettivo temporale è “resistere tra le due e le tre settimane”, sperando in un forte rialzo di petrolio e gas e in un aumento delle critiche interne negli Stati Uniti. C’è da tenere anche in considerazione per quanto tempo possano sostenere il conflitto Israele e Stati Uniti sia in termini di munizionamento che di logistica, ha detto.
Per quanto riguarda gli attori regionali, l’Iran ha messo in pratica quanto annunciato da anni: “Se ci sarà un conflitto il prezzo lo pagherà tutta la regione”, ha spiegato il direttore di Igs. “La gran parte di questi paesi si sta domandando se questo conflitto ha speranze di finire domani o dopodomani o se durerà tre settimane e l’Iran incrementa gli attacchi alle infrastrutture. Nel momento in cui il conflitto dovesse durare ancora alcuni giorni o più giorni e l’Iran dovesse incrementare gli attacchi all’infrastruttura energetica, credo la gran parte di questi paesi si aggiungerebbe alla coalizione tra Stati Uniti e Israele attaccando l’Iran”, secondo Pedde.
Gli “avvertimenti” di Teheran non riguardano solo gli attori del Golfo. Negli ultimi giorni, un missile è stato abbattuto in Turchia e un drone, forse lanciato dal Libano da Hezbollah o da una cellula a Cipro contro la base britannica di Akrotiri. Pedde escluse che si tratti di errori, ma nel caso del drone che ha colpito la base britannica a Cipro rappresenta “la volontà di mandare messaggi soprattutto alla Gran Bretagna in questo momento, nella stessa logica di quelli che vengono mandati agli attori del Golfo”. “Il vostro intervento anche a sostegno solo marginale, logistico, di questa operazione viene considerato una dichiarazione di guerra e quindi preparatevi eventualmente a subire il colpo”, secondo l’esperto.
Sul piano economico, infine, “la crisi energetica colpisce tutti e la Cina in modo significativo”, ha dichiarato Pedde. Pechino “dovrà sicuramente avviare una rapidissima politica di diversificazione e ripianificazione che richiederà settimane, ma non credo ponga il problema di una minaccia esistenziale al sistema economico cinese”, ha spiegato l’esperto riguardo agli impatti della chiusura dello Stretto di Hormuz e al possibile stop dell’export di petrolio iraniano alla Cina e dai Paesi del Golfo. Il conflitto offre poi “la possibilità di incrementare al massimo il rapporto con i russi, che sono i grandi beneficiari di questa fase, dove possono finalmente rimpinguare un po’ le casse con forniture di greggio a prezzi non più da saldo, ma di mercato”, ha concluso Pedde, mentre Pechino ha annunciato che l’inviato per il Medio Oriente si recherà nella regione nel tentativo di trovare una via d’uscita al conflitto.
– Foto IPA Agency –
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