di Raffaele Bonanni
ROMA (ITALPRESS) – Nel mondo che torna a parlare la lingua della forza, l’economia è la prima a pagare il prezzo dell’incertezza. L’imprevedibilità dei comportamenti statunitensi sotto la presidenza Trump – dazi branditi come arma politica, tensioni commerciali intermittenti, polemiche reiterate verso l’Europa – non è solo rumore di fondo: è un fattore di rischio sistemico. Quando le regole cambiano a colpi di tweet o di ultimatum, il mercato si irrigidisce, le imprese rinviano investimenti, le catene di fornitura si accorciano o si spostano, e la globalizzazione, invece di ordinarsi, si frammenta.
La lezione è brutale ma chiara: il commercio internazionale non vive di proclami, vive di prevedibilità. Tempi certi, tariffe stabili, norme condivise, arbitrati credibili. Senza questa cornice, la produzione si difende, non cresce. Ecco perché l’Europa non può più limitarsi a una reazione difensiva. Deve trasformare la necessità in strategia: diversificare mercati, alleanze e fonti, riducendo la dipendenza da un solo perno geopolitico. Non è un vezzo diplomatico: è una scelta industriale.
Da qui il valore, oggi decisivo, dell’accelerazione sugli accordi commerciali. L’intesa con l’India apre un bacino demografico immenso e un’economia in rapida espansione. Nel 2024 il commercio di beni tra UE e India ha superato i 120 miliardi di euro; quello dei servizi ha oltrepassato i 66 miliardi, più che raddoppiato in dieci anni. Per la manifattura europea – macchinari, chimica, mobilità, tecnologie – significa accesso più stabile a domanda e investimenti, in un Paese che cerca un ancoraggio commerciale e politico più rispettoso e cooperativo.
Non meno strategico è l’accordo UE-Mercosur, discusso per circa venticinque anni: un mercato di centinaia di milioni di consumatori e un corridoio economico che rende più fluido l’accesso a materie prime e sbocchi in un’area destinata a pesare sempre di più nella competizione globale. Per le imprese europee è resilienza concreta: più mercati, più export, meno strozzature, meno dipendenze.
Questa rete di intese – insieme a quella già conclusa con il Canada e ad altre in itinere – non rafforza l’Europa solo perché riduce barriere e costi. La rafforza perché costruisce certezza regolatoria: norme comuni, tutela degli investimenti, proprietà intellettuale, procedure di soluzione delle controversie. È l’ossigeno che permette a un’azienda di pianificare, innovare, assumere, produrre reddito.
Ma c’è un livello ulteriore. Attraverso questi accordi l’Europa può contribuire a ricomporre il multipolarismo non come anarchia di potenze, bensì come architettura di responsabilità.
È la visione evocata dal primo ministro canadese Mark Carney: un ordine internazionale aperto, fondato sul diritto, capace di proteggere le sovranità senza consegnarle al ricatto della forza. In un’epoca in cui riaffiora l’idea imperiale, questi trattati diventano strumenti di legalità: commercio sì, ma anche energia, ricerca, materie critiche, difesa e sicurezza condivisa.
Nuove certezze nascono nel cambiamento. E l’Europa, finalmente, sembra aver compreso che la stabilità non è un dono della storia: è una costruzione quotidiana.
– foto IPA Agency –
(ITALPRESS).








