di Stefano Vaccara
NEW YORK (ITALPRESS) – L’FBI ha perquisito all’alba la casa in Virginia di Hannah Natanson, giornalista del Washington Post, in una mossa definita dal quotidiano “altamente insolita e aggressiva” e considerata da numerosi osservatori un salto di qualità nella pressione dell’amministrazione Trump sui media. Gli agenti hanno sequestrato dispositivi elettronici, tra cui il telefono e perfino un orologio Garmin, nell’ambito di un’indagine collegata a un caso di materiali classificati che coinvolge un contractor del governo. Secondo quanto riferito da Washington Post e New York Times, il mandato di perquisizione riguarda Aurelio Perez-Lugones, system administrator nel Maryland con autorizzazione “top secret”, accusato di aver avuto accesso a rapporti di intelligence e di averli portati a casa, dove sarebbero stati trovati anche in un lunchbox e in un seminterrato. Il Dipartimento di Giustizia non ha rilasciato commenti immediati.
Natanson, che segue il mondo del lavoro federale, è stata tra le firme più esposte nel raccontare il primo anno del secondo mandato Trump, segnato dai licenziamenti e dalla riscrittura delle missioni delle agenzie federali. In un recente testo in prima persona, la reporter descriveva una rete di oltre mille fonti, perlopiù dipendenti pubblici, che la contattavano giorno e notte per segnalare decisioni, pressioni e cambiamenti interni. Proprio questo elemento rende l’episodio potenzialmente esplosivo: la perquisizione di un’abitazione di una giornalista, con sequestro di dispositivi, non colpisce solo una persona o un’inchiesta. È un messaggio all’intero ecosistema delle fonti. Il Reporters Committee for Freedom of the Press ha denunciato che si tratta di uno degli strumenti investigativi più invasivi possibili, capace di mettere a rischio confidenzialità e sicurezza delle fonti ben oltre il singolo caso. Jameel Jaffer, direttore del Knight First Amendment Institute di Columbia, ha parlato di un fatto “intensamente preoccupante” per l’effetto deterrente sulla normale attività giornalistica.
Il contesto politico è altrettanto rilevante. Nel 2025 l’amministrazione Trump ha cancellato una politica dell’era Biden che limitava drasticamente la possibilità per il Dipartimento di Giustizia di cercare o ottenere dati dei reporter nelle indagini sulle “fughe” di notizie. La procuratrice generale Pam Bondi ha motivato la svolta con la necessità di proteggere informazioni sensibili e perseguire le divulgazioni non autorizzate. Negli Stati Uniti la stampa è protetta dal First Amendment e la protezione delle fonti non è un privilegio corporativo, ma una condizione per far emergere abusi, sprechi e violazioni di legge. Quando la risposta dello Stato passa dalla ricerca di prove alla pressione diretta sui giornalisti, si oltrepassa la linea rossa del Primo Emendamento. Per questo, come ha detto l’ex direttore del Post Marty Baron, il raid appare come un “segno chiaro e inquietante” di un’amministrazione pronta a testare i limiti nello scontro con la stampa indipendente. In attesa dei dettagli dell’affidavit e della motivazione legale, resta il fatto politico: è “rarissimo”, anche nelle inchieste su informazioni classificate, arrivare al sequestro dei dispositivi di una reporter con una perquisizione in casa. E quando accade, non riguarda più solo un dossier di intelligence, ma il cuore del rapporto tra potere e diritto di informare.
– foto IPA Agency –
(ITALPRESS).









