Manovra, l’Italia rinuncia ancora a grandi mete e a una visione condivisa

di Raffaele Bonanni

ROMA (ITALPRESS) – Finito l’anno vecchio si chiude, come un rito stanco ma inevitabile, anche l’ennesima disputa sul bilancio dello Stato. Il governo lo rivendica come prova di responsabilità, l’opposizione lo bolla come una Caporetto sociale. È il copione consueto di una politica che dovrebbe guardare lontano e insegnare al Paese a farlo. Da tempo l’Italia si accontenta dell’orizzonte corto da italietta, rinunciando a grandi mete ed a una visione condivisa. È vero, il governo indora la manovra; ma è altrettanto vero che un’opposizione priva di priorità, sensibile anch’essa a corporazioni logore e a pressioni sociali fuori tempo, finisce per spingere perfino settori della maggioranza verso propositi spreconi, improvvisati e privi di senso. Se si volesse essere seri, si dovrebbe almeno riconoscere un dato: la manovra non è a debito, fatto ormai raro dopo lustri di irresponsabilità finanziaria. Ma la serietà non sembra essere la stella polare della nostra classe dirigente.
Ci si lamenta di gabelle visibili e invisibili, dimenticando che esse sono il riflesso inevitabile di anni di bonus senza fine e di promesse, a partire da quelle pensionistiche, che raccolgono consenso ben oltre il confine tra maggioranza e opposizione.

Eppure, oltre al valore politico di una manovra senza deficit, anche le scelte sul lavoro dipendente meritano attenzione. Dopo interminabili e spesso confuse discussioni sul salario, la riduzione consistente delle tasse sul salario di produttività e l’azzeramento di quelle sui rinnovi contrattuali puntuali segnalano una pedagogia economica chiara: i salari crescono se si lavora di più e meglio; i contratti rinnovati in tempo sono un interesse generale, non solo dei lavoratori. Illudersi però che il destino dei salari dipenda esclusivamente dal fisco è fuorviante, se non già un errore. La redistribuzione nasce dall’aumento della ricchezza prodotta e di tale questione dovrà occuparsi il nuovo patto sociale per l’Italia. Solo nei Vangeli i pani e i pesci si moltiplicano. In un Paese normale, queste scelte avrebbero suscitato un plauso unanime del sindacato. In gran parte è accaduto, tranne che per la CGIL, che ha risposto proclamando per gennaio una raffica di scioperi nei trasporti: iniziative destinate a disagi certi e adesioni incerte, più utili a fare opposizione politica che a tutelare i lavoratori. Si dimentica che le libertà, nelle società mature, vivono di equilibrio e rispetto reciproco. I problemi non mancano, ma si affrontano con una discussione ordinata, nella consapevolezza che a ogni spesa deve corrispondere un’entrata certa. Invece, nella nostra Italietta, chi governa promette e chi si oppone rilancia il doppio, anche a costo di peggiorare le condizioni del Paese.

Inizia un nuovo anno. Sperare di cambiare è doveroso; capire che senza verità e responsabilità non si va lontano, è indispensabile. Il cambiamento non nasce dall’urlo permanente né dalla propaganda contabile, ma dalla capacità di dire dei no credibili e di indicare dei sì sostenibili. Solo così la politica può tornare ad essere guida e non rumore di fondo, recuperando dignità e futuro. Altrimenti resteremo prigionieri di un presente litigioso, incapace di costruire domani condivisi.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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