TEHERAN (IRAN) (ITALPRESS) – Il bilancio delle vittime negli scontri avvenuti ieri pomeriggio tra manifestanti e forze di sicurezza nel sud-ovest dell’Iran ha fatto salire a 7 il numero dei morti secondo i dati diffusi dai media locali. Ad Azna, a circa 300 chilometri a sud-ovest della capitale, tre persone sono state uccise e altre 17 sono rimaste ferite in incidenti scoppiati durante un raduno. Altre città sono state l’epicentro delle tensioni registrate in questi giorni. A Lordegan, a circa 650 chilometri da Teheran, i manifestanti hanno lanciato pietre contro edifici amministrativi, tra cui la sede del governatorato, la moschea, la fondazione dei martiri, il municipio e diverse banche, prima di dirigersi verso la prefettura. La polizia ha risposto con gas lacrimogeni, secondo l’agenzia Fars. Le autorità iraniane hanno arrestato 30 persone a Teheran con l’accusa di “disturbo dell’ordine pubblico” secondo quanto ha riferito l’agenzia di stampa Tasnim. L’agenzia ha precisato che, in seguito a un’operazione coordinata tra servizi di sicurezza e intelligence, i 30 individui sono stati identificati e arrestati nella notte tra mercoledì e giovedì a Malard, a ovest di Teheran, nel sesto giorno di manifestazioni contro il caro vita. Le persone tratte in arresto sono accusate di aver tentato di “destabilizzare l’ordine”. Inizialmente il governo iraniano aveva affrontato le proteste proponendo il dialogo: la portavoce Fatemeh Mohajerani aveva annunciato colloqui diretti con rappresentanti di sindacati e commercianti, senza fornire ulteriori dettagli, mentre il presidente Masoud Pezeshkian aveva chiesto al ministro dell’Interno di ascoltare le “richieste legittime” dei manifestanti.
L’economia iraniana soffre da anni per le sanzioni americane e occidentali legate al programma nucleare. Le proteste attuali, scaturite per motivi economici, rappresentano i disordini più gravi nel Paese dalle vaste manifestazioni di tre anni fa, quando Mahsa Amini venne brutalmente assassinata dalla polizia morale per non aver indossato correttamente l’hijab. L’ondata è partita a fine dicembre tra i negozianti dei bazar di Teheran, si è allargata a grandi città come Isfahan, Shiraz, Kermanshah e Yazd, coinvolgendo anche gli studenti universitari. Alla base della mobilitazione ci sono iperinflazione, crollo della valuta nazionale e peggioramento delle condizioni sociali. In alcune aree vengono segnalati slogan filo monarchici e contro la Guida Suprema, segno della radicalizzazione di parte della protesta. In questo contesto si inserisce anche il confronto con il mondo esterno, ed in particolare con gli Stati Uniti. Il consigliere del leader supremo iraniano Ali Khamenei, Ali Shamkhani, ha minacciato oggi che “ogni mano interventista che si avvicina alla sicurezza dell’Iran con pretesti infondati sarà tagliata prima di arrivare, con una risposta deterrente e costosa”. La replica arriva dopo che il presidente Usa, Donald Trump, aveva avvertito su Truth che, se le autorità iraniane “sparano e uccidono violentemente manifestanti pacifici, come è loro abitudine, gli Stati Uniti verranno in loro soccorso”. “Siamo carichi e pronti”, aveva scritto Trump. Anche Ali Larijani, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano, ha accusato Usa e Israele di fomentare le proteste e ha minacciato le truppe americane nella regione, affermando che “Trump ha iniziato questa avventura” e che “il popolo americano deve proteggere i suoi soldati”.
– foto di repertorio IPA Agency –
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