di Federica Polidoro
VENEZIA (ITALPRESS) – Venice Immersive compie un decennio e torna sull’isola del Lazzaretto Vecchio dal 1° al 12 settembre, in contemporanea con la Mostra del Cinema, la più antica rassegna cinematografica al mondo. Nata nell’humus fertile quanto incerto della ricerca tecnologica, Venice Immersive è oggi uno dei laboratori più avanzati della sperimentazione narrativa e audiovisiva contemporanea, dove le arti del XXI secolo convergono verso nuove forme di racconto, presenza e partecipazione.
Quando la realtà virtuale sembrava ancora un linguaggio ai margini del cinema e dell’arte contemporanea, Michel Reilhac e Liz Rosenthal, pionieri del settore, raccolsero la sfida di immaginare il futuro con la curatela affidata dal Direttore Artistico Alberto Barbera: uno spazio dedicato e un laboratorio unico al mondo, dove il cinema incontrava la performance, la musica dialogava con il gaming, il corpo diventava parte dell’immagine e lo spettatore smetteva di essere soltanto osservatore per trasformarsi in presenza attiva e interattiva.
Più che semplici curatori, sono stati cartografi di un continente ancora senza mappe: hanno contribuito a definire un linguaggio, creato un rituale espositivo e costruito una comunità internazionale attorno a una forma d’arte che oggi, dopo dieci anni di ricerca, sembra finalmente pronta a entrare nella vita quotidiana. In un decennio la sezione della Biennale ha superato i confini dello spazio espositivo per diventare un punto di riferimento internazionale nella ricerca immersiva, un luogo che ha contribuito a definire le coordinate di una nuova estetica del racconto audiovisivo.
Alla Biennale arriva così la “next wave” dell’immersivo: 68 opere provenienti da 26 Paesi tra XR, mondi virtuali, installazioni multisensoriali e nuove esperienze progettate per gli smart glasses, dispositivi destinati a modificare il rapporto quotidiano tra corpo, spazio e immagini. La vera frontiera indicata dalla sezione sembra essere proprio il passaggio dalla realtà virtuale come esperienza separata alla realtà aumentata come possibile estensione della quotidianità.
Secondo Reilhac, il settore sta entrando in una nuova fase: “Stiamo assistendo alla conclusione di un primo capitolo, quello dominato dai visori VR, e alla nascita del capitolo successivo. Gli smart glasses stanno aprendo una nuova possibilità: portare l’immersivo fuori dagli spazi separati e dentro la vita quotidiana”. Tra i protagonisti della decima edizione, poi, emergono nomi che testimoniano la dimensione ormai internazionale e trasversale di questo linguaggio: Andy Serkis, autore di Nevatars con le voci di Daisy Ridley e Kathleen Turner; Margot Robbie, voce narrante di Galapagos: The Last Eden; Mark Ruffalo; Isabelle Huppert; Omar Sy e soprattutto A.R. Rahman, il compositore indiano due volte premio Oscar per le musiche di Slumdog Millionaire, artista capace di attraversare Bollywood, Hollywood e la cultura digitale contemporanea, con una presenza che si riflette anche sulle piattaforme globali come Spotify, dove conta quasi il doppio dei follower di Beyoncé.
Per Liz Rosenthal il cuore della trasformazione è la contaminazione tra discipline: “Siamo all’interno di un festival cinematografico, ma curiamo opere che riuniscono moltissime forme artistiche. Vediamo performer, musicisti, registi, game designer e artisti nativi delle nuove esperienze spaziali e corporee”.
Con Anokhya: The Origin, Rahman diventa il simbolo di una nuova geografia creativa raccontata da Venice Immersive: un ecosistema in cui i confini tra industrie culturali, territori e comunità di riferimento diventano sempre più fluidi. La sua presenza racconta una trasformazione profonda dei consumi culturali contemporanei, dove la centralità di un artista dipende sempre più dalla capacità di dialogare con pubblici internazionali attraverso linguaggi e piattaforme condivise.
Un fenomeno evidente anche nella musica, dove gli ambienti digitali hanno favorito la nascita di uno spazio ibrido e multiculturale, capace di portare al centro della scena artisti e linguaggi un tempo considerati periferici. Venice Immersive intercetta proprio questa trasformazione: non soltanto una rivoluzione tecnologica, ma una ridefinizione delle identità, dei pubblici e dei modi di creare immagini. E mentre David Bowie testimonia la vocazione alla sperimentazione continua con Bowie: Unseen Unheard, esperienza audiovisiva costruita sulle fotografie rare realizzate dal fotografo Denis O’Regan, la sezione conferma la propria capacità di guardare oltre il presente, esplorando le nuove forme di relazione tra immagine, memoria e partecipazione.
La storia di Venice Immersive nasce nel 2016, quando la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è tra i primi festival al mondo a riconoscere il potenziale della Virtual Reality, creando un VR Theatre che suscita immediatamente grande interesse mediatico. Fin dall’inizio la sfida è culturale: riconoscere agli artisti immersivi lo stesso statuto creativo degli autori cinematografici, affermando la realtà virtuale, aumentata e mista come forme artistiche autonome, dotate di una propria grammatica, estetica e autorialità. Durante la pandemia, Venice VR Expanded porta la sezione online nel 2020 e nel 2021, trasformando una necessità in un nuovo modello di accesso internazionale. Ma il luogo simbolo dell’esperienza immersiva resta il Lazzaretto Vecchio, sull’isola di fronte alla riva di Corinto del Lido: uno spazio sospeso, lontano dal rumore del red carpet ma dentro la geografia della Mostra. Un’antica isola di quarantena diventa così la soglia di un nuovo rapporto tra corpo e immagine.
Venice Immersive oggi è la più importante piattaforma al mondo in cui cinema, arti visive, teatro, musica, videogame e tecnologie emergenti convergono per esplorare il futuro dell’esperienza audiovisiva. “Quello che è successo in questi dieci anni non è stata soltanto la nascita di un nuovo linguaggio o di una nuova forma d’arte”, spiega Michel Reilhac. “È stata la possibilità per una tecnologia di diventare uno strumento per accedere a emozioni, sentimenti, idee condivise. Oggi la tecnologia non è più la fascinazione principale: viene utilizzata per esprimere qualcosa di profondamente umano”.
“Forse”, conclude Liz Rosenthal “con uno sguardo retrospettivo saremo ricordati per aver accompagnato un momento in cui le forme d’arte hanno iniziato a fondersi e a evolvere: non per la tecnologia in sé, ma per la capacità di creare nuovi modi di raccontare e partecipare all’esperienza artistica”.
Dieci anni dopo, Venice Immersive non pone più la questione se l’immersivo sostituirà il cinema, ma quali nuove forme di racconto diventino possibili quando l’immagine smette di essere qualcosa da osservare e diventa uno spazio da vivere.
– Foto ufficio stampa Venice Immersive –
(ITALPRESS).










