Ucraina, senza giustizia il negoziato è una resa mascherata

Mandatory Credit: Photo by Aaron Schwartz/UPI/Shutterstock (15446703y) President Volodymyr Zelensky of Ukraine meets with President Donald Trump in the Oval Office of the White House in Washington, DC, on Monday, August 18, 2025. Zelensky will be joined by a group of European leaders as he meets President Trump in an effort to end the war between Russia and Ukraine. President Trump Meets Ukrainian President at the White House in Washington, District of Columbia, United States - 18 Aug 2025

di Raffaele Bonanni

ROMA (ITALPRESS) – La mancata pace in Ucraina svela con drammatica evidenza l’inconsistenza di quelle narrazioni secondo cui l’aggressione di Putin si sarebbe arrestata per sola virtù diplomatica. È trascorso ormai molto tempo dai primi tentativi di mediazione, quando Kiev si dichiarava persino disposta a tollerare una pace onerosa, fino al sacrificio di territori conquistati dall’invasore.

Ma la storia recente dimostra che la disponibilità unilaterale non genera automaticamente concordia: senza un effettivo riconoscimento della giustizia, il negoziato si tramuta in resa mascherata. Anche le promesse roboanti di chi, come Donald Trump, assicurava che il dialogo personale avrebbe posto fine al conflitto, si sono infrante contro la realtà. Il colloquio c’è stato, ma i risultati sono stati nulli; anzi, le pretese russe si sono fatte più esose: non solo il mantenimento dei territori occupati, ma l’estensione a regioni non conquistate; non solo garanzie di sicurezza, ma la pretesa di un’Ucraina disarmata e vulnerabile, mentre Mosca rimarrebbe armata fino ai denti; perfino l’imposizione di elezioni a Kiev, mentre le consultazioni interne e i referendum di annessione si sono svolti in condizioni quanto meno discutibili, prive di reale legalità internazionale.

In questo scenario, l’America ha sospeso gli aiuti, lanciando segnali ambigui; in Europa, realtà come l’Ungheria di Orbán hanno talora ostacolato un sostegno che le norme internazionali riconoscono agli Stati sovrani aggrediti. Eppure, nonostante tutto, gli ucraini hanno arginato le offensive, mostrando che la resistenza di un popolo non è solo questione militare, ma testimonianza di dignità.

La vicenda rivela il rischio del nostro tempo: lo smantellamento degli organismi multilaterali a favore di leadership personalistiche, mentre regimi autoritari si insinuano nelle crepe delle democrazie.

Il mondo che abbiamo conosciuto non c’è più; e non lo si ricostruirà con proclami, bensì con la verità. Il magistero della Chiesa è limpido: “la pace è opera della giustizia” (Is 32,17), come ricorda il Catechismo, e non semplice assenza di guerra. San Giovanni XXIII, nella Pacem in terris, insegnava che la convivenza tra le nazioni deve fondarsi su verità, giustizia, amore e libertà. Senza questi pilastri, ogni trattativa è fragile.

Delegare tutto a pochi, confidare in soluzioni taumaturgiche, significa scrivere sull’acqua. Papa Francesco ha più volte ammonito che la pace è artigianale, si costruisce giorno per giorno. L’impegno personale e collettivo è l’unico argine contro la violenza: quando la giustizia viene sacrificata in nome di un quieto vivere apparente, i violenti interpretano il silenzio come lasciapassare. Solo un rinnovato ancoraggio a principi solidi potrà restituire alla comunità internazionale un ordine fondato non sulla paura, ma sulla responsabilità condivisa.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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