Tra Washington e Pechino l’Ue ripensi al modello: da vaso di coccio a potenza federale

di Raffaele Bonanni

ROMA (ITALPRESS) – A Bruxelles non è andata in scena l’ennesima liturgia europea. L’incontro dei leader ha avuto il tono severo delle ore decisive. Il mondo si è irrigidito attorno a due poli: Washington e Pechino presidiano tecnologie, materie prime, rotte e finanza.

L’Europa rischia di restare il vaso di coccio tra vasi di ferro, stretta in dipendenze energetiche, digitali e militari che ne limitano l’autonomia. Il punto è stato chiaro: non basta reagire, bisogna ripensare il modello. Le criticità sono strutturali. Primo, la frammentazione industriale: campioni nazionali che competono tra loro mentre Usa e Cina operano su scala continentale. Secondo, la vulnerabilità delle filiere: microchip, batterie, terre rare, farmaci dipendono ancora troppo dall’esterno.

Terzo, un mercato dei capitali incompiuto, incapace di sostenere innovazione e difesa con massa critica adeguata. Quarto, l’assenza di una politica estera e di sicurezza realmente comune. La strategia delineata punta all’autonomia come capacità di scelta, non come autarchia.

Significa presidiare i fattori della produzione – energia, tecnologia, lavoro qualificato, finanza – e costruire catene del valore integrate, dalla ricerca alla manifattura avanzata. Unificare le eccellenze produttive è una necessità: l’aerospazio franco-tedesco, la meccanica italiana, il digitale nordico, la chimica olandese, l’automotive centroeuropeo devono smettere di procedere in ordine sparso.

Serve una politica industriale continentale che coordini investimenti, incentivi, standard; che favorisca fusioni transfrontaliere e acquisti congiunti; che protegga i settori strategici senza chiudere i mercati. Anche il commercio va ripensato: negoziare da blocco unico, difendendo reciprocità e regole eque, ma diversificando partner e corridoi verso Africa, America Latina e Indo- Pacifico. Autonomia è pluralità di alleanze.

Il nodo politico resta decisivo. Con l’unanimità l’Unione si paralizza: ogni veto diventa interdizione. Superare questo criterio è condizione per contare. Maggioranze qualificate in politica estera e fiscale, un bilancio comune più robusto, strumenti condivisi per finanziare difesa, energia e ricerca sono passaggi obbligati. In questo quadro emerge l’ipotesi di un’Europa a due velocità: un nucleo federale pronto ad avanzare verso una vera Unione politica, con governo responsabile davanti a un Parlamento rafforzato, e un cerchio più ampio che partecipi al mercato unico e a politiche selettive.

Non una frattura, ma un metodo per evitare che le resistenze di pochi blocchino tutti. La sovranità continentale si costruisce con una difesa integrata, un’unione energetica, un mercato dei capitali unificato, un grande piano su istruzione e intelligenza artificiale. E con una legittimazione democratica più chiara.

In questo passaggio si intravede un nuovo protagonismo. Friedrich Merz e Giorgia Meloni, pur da tradizioni diverse, possono catalizzare consenso attorno a un rafforzamento pragmatico dell’Europa. Se Berlino e Roma trovano un asse stabile, dialogando con Parigi e con l’Est, può aprirsi una stagione nuova. L’alternativa è l’irrilevanza. L’Europa deve scegliere se essere campo di gioco o giocatore.

L’incontro in Belgio ha indicato una direzione: trasformare le fragilità in leva per un salto federale e non essere più vaso di coccio, ma architrave di un ordine multipolare.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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