Serve un nuovo patto sociale anche sull’Università

UNIVERSITA CATTOLICA DI MILANO - STUDENTI CHE STUDIANO IN VISTA DEGLI ESAMI (STUDENTI UNIVERSITARI STUDIARE UNIVERSITA CATTOLICA)

di Raffaele Bonanni

ROMA (ITALPRESS) – Il richiamo del Governatore della Banca d’Italia sul ruolo strategico dell’education per il futuro del Paese non è un contributo accademico, ma un atto politico nel senso più alto del termine. È un avvertimento rivolto alla classe dirigente, chiamata a riconoscere che senza un salto di qualità nei sistemi formativi non esiste crescita sostenibile, né coesione sociale, né competitività.

Eppure, mentre l’economia segnala carenze strutturali di competenze avanzate, l’attenzione delle istituzioni e della politica sembra concentrata su priorità di corto respiro. Serve invece un vero patto sociale che dia coerenza agli obiettivi e apra una riflessione non più rinviabile. In questo quadro, l’università è posta davanti a una scelta decisiva: continuare a replicare modelli formativi costruiti per un mondo che non esiste più, oppure ripensare profondamente la propria missione, misurandosi con trasformazioni che intrecciano lavoro, tecnologia, società e cultura. Limitarsi a trasmettere saperi separati, rigidamente organizzati e orientati a professioni ritenute stabili significa non comprendere la natura del tempo che viviamo.

L’innovazione corre più veloce dei programmi di studio. Le competenze tecniche invecchiano rapidamente, i profili professionali cambiano e nuove figure emergono prima che il sistema formativo riesca a intercettarle. In questo scenario, l’accumulo di nozioni non garantisce più né continuità né solidità. Senza strumenti critici e capacità di rielaborazione, il sapere resta superficiale, incapace di accompagnare le persone lungo l’intero arco della vita. È qui che le discipline umanistiche mostrano la loro funzione strategica. Filosofia, storia, diritto, letteratura ed economia sociale non sono un complemento del sapere tecnico, ma il terreno che lo rende fertile.

Costruiscono linguaggio, capacità interpretativa, senso critico e coscienza civica. Solo su queste basi le conoscenze scientifiche e tecnologiche possono essere comprese, collegate e trasformate in competenze durevoli. La sfida centrale è la complessità. Viviamo una fase in cui l’era industriale, quella digitale e quella dell’intelligenza artificiale convivono e si sovrappongono senza un ordine lineare. Senza un sapere capace di ricomporre queste fratture, il rischio è la frammentazione delle competenze e l’abbassamento della qualità delle qualificazioni, con effetti già visibili: minore produttività, ridotta capacità innovativa, difficoltà ad attrarre investimenti qualificati.

In questo contesto, anche la formazione universitaria a distanza può diventare una leva decisiva, se integrata con la didattica in presenza. Se progettata con rigore, rende la formazione continua realmente accessibile, consentendo a lavoratori e professionisti di aggiornarsi e di rafforzare la capacità di apprendere nel tempo.

Resta un paradosso evidente: mentre il sistema produttivo segnala una carenza di alte specializzazioni, l’offerta formativa appare ampia ma poco allineata. Colmare questo divario richiede una cooperazione stabile tra università e imprese, capace di individuare nuovi profili senza sacrificare la solidità culturale.

Ridurre l’università a una fabbrica di abilità immediate significherebbe snaturarne la missione. Il futuro passa dall’integrazione tra tecnica e umanesimo, sapere e lavoro, presenza e distanza. In gioco non c’è solo l’occupabilità, ma la qualità dello sviluppo e la capacità del Paese di governare il cambiamento. Una responsabilità collettiva che non può più essere rinviata. 

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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