Salutequità “Allarme organici e retribuzioni del personale sanitario”

ROMA (ITALPRESS) – L’impennata di contagi nella pandemia legata alla variante Omicron ha evidenziato in modo allarmante un problema già noto da anni, ma che le politiche di tagli portate avanti fino a poco tempo fa hanno del tutto ignorato: le strutture ci sono, manca il personale. Mancano i professionisti della Sanità, medici e infermieri in testa, ma anche tutti gli altri della filiera dell’assistenza. Ce lo dicono anche a livello europeo e la Commissione Ue nel suo ultimo report sulla situazione italiana scrive che: “Se gli attuali criteri di accesso alla formazione specialistica dovessero rimanere invariati, con l’aumentare dell’età media dei medici italiani negli anni a venire si prevede una carenza significativa di personale, soprattutto in alcune discipline di specializzazione e in medicina generale. L’Italia impiega meno infermieri rispetto a quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale e il loro numero (6,2 per 1 000 abitanti) è inferiore del 25 % alla media UE. Vista la diminuzione del numero di infermieri laureati dal 2014, le carenze di personale in questo settore sono destinate ad aggravarsi in futuro”.
L’allarme lanciato dai sindacati medici sul futuro degli organici nella professione è che a breve, tra pochi anni, mancheranno all’appello circa 25mila camici bianchi, soprattutto specialisti e medici di medicina generale che diminuiscono al ritmo di oltre 6mila l’anno per l’insufficiente ricambio (il turn over, bloccato dall’assenza di programmazione e contratti soprattutto nelle Regioni in piano di rientro e quindi devastando soprattutto gli organici del Sud del Paese con un consistente aumento di diseguaglianze) e l’assenza di standard che ne indichino la necessaria consistenza numerica.
Anche quello degli infermieri è molto pesante, con le stime della Federazione degli Ordini che parlano di carenze pari a 63mila unità, ma i calcoli ad esempio dell’Università Bocconi superano le 101mila e quelli di Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari, parlano di una carenza di non meno di 80mila professionisti.
E questo soprattutto sul territorio dove il fabbisogno dei soli infermieri di famiglia e comunità, necessari non solo per Covid, ma anche per l’assistenza non Covid, è stato quantificato per rispondere alle esigenze del PNRR in almeno 20-30mila unità, mentre da decreto Rilancio del maggio 2020 che ne ha previsti e finanziati per legge 9.600, finora se ne sono “trovati” non più di 3mila.
L’aumento dei contagi poi, che non accenna a fermarsi, provoca un’ulteriore carenza nelle strutture di almeno il 20% di personale, costretto a fermarsi per le quarantene e sul territorio va anche molto peggio.
‘Tutto questo ha e continuerà ad avere un peso anche sul blocco delle cure “programmabili” che stiamo vivendo in queste settimane e che ciclicamente ormai da due anni purtroppo si ripresenta, ostacolando il diritto all’accesso al SSN da parte dei pazienti NON Covid, a partire da quelli con malattie croniche e rare – ha detto Tonino Aceti, presidente di Salutequità, Organizzazione per la valutazione della qualità delle politiche per la Salute – Su questo è urgente invertire la rotta e cambiare passo, orà.
A pesare ulteriormente ci sono anche le criticità legate alle condizioni di lavoro attuali dei professionisti della sanità.
Tra gli operatori sanitari dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), il mancato rinnovo dei contratti durato dieci anni (di fatto quasi tre contratti “saltati” per contenere la spesa), ha portato nelle buste paga solo la ‘vacanza contrattualè, l’indennità che spetta a chi lavora se un contratto non è rinnovato.
Anche con l’ultimo contratto 2016-2018 si è giunti – in dieci anni appunto – ad aumenti rispetto al 2009 (anno dell’ultimo contratto prima dello stop di dieci anni) che vanno da una media su 13 mensilità di 6.601 euro lordi (4.291 netti circa) per i medici a 2.364 circa lordi (1.536,5 netti) del personale del comparto con funzioni riabilitative (gli infermieri, i più numerosi, sono a quota 2.600 lordi e 1.690 netti, sempre su 13 mensilità).
Fin qui le somme calcolate in modo secco. Ma applicando gli indici di parità di potere di acquisto al valore del 2009 e sottraendo l’importo ottenuto da quello complessivo 2019 come indicato dal Conto annuale della Ragioneria generale dello Stato, si vede che in realtà la differenza 2019-2009 resta positiva per la dirigenza sanitaria e va in rosso per il comparto (il personale non dirigente) con un massimo di circa -2.850 euro per il personale del ruolo tecnico sanitario e un minimo, sempre in media, di -2.165 circa per il personale infermieristico.
Una riduzione non compensata dalle indennità previste dalle leggi di Bilancio, che, una volta che saranno erogate, valgono 1.249 euro lordi l’anno per gli infermieri e 843 euro lordi l’anno per le altre professioni sanitarie a cui si aggiungono gli assistenti sociali e gli operatori sociosanitari.
“Continuare a rafforzare “l’organico” del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è fondamentale, come pure riconoscere con i fatti il giusto valore del personale del SSN, che in questi mesi ha dedicato la vita per curare e assistere ogni persona del nostro Paese – ha continuato Aceti -. Servono condizioni lavorative e retribuzioni all’altezza del loro livello di responsabilità, professionalità e dell’importante livello di fiducia che la popolazione ripone nei loro confronti. Riconoscendo questo valore sarà possibile ricreare quel grip del SSN nei confronti dei professionisti sanitari, che sempre più spesso vengono sollecitati da proposte sempre più concorrenziali del settore privato, e quindi aumentare anche il livello di qualità dell’assistenza erogata ai pazientì.
Attenzione però: fin qui si è parlato di retribuzione media mensile a livello nazionale. Analizzando con gli stessi criteri la retribuzione media mensile a livello regionale, si vede che ai 2.294 euro della Provincia autonoma di Bolzano, si hanno come contraltare i 1.561 della Basilicata. Tuttavia, sulla cifra incide moltissimo anche la carenza di personale che lascia spazio alla corresponsione di straordinari, tanto che, ad esempio, in Campania (la Regione con la quota più alta di straordinari, ma anche tra quelle con le maggiori carenze di professionisti) si raggiunge quota 1.760 euro mensili e analogamente nel Lazio (seconda Regione con la quota più elevata di straordinari) di 1.736 euro mensili.
Sul piatto della bilancia a pesare non è solo la mancanza di rinnovi contrattuali, la parità di potere di acquisto e la differenza tra le Regioni, ma anche l’estrema diversità delle retribuzioni tra dirigenza e comparto.
‘Giusta valorizzazione della competenza e della professionalità del personale dipendente del SSN, dirigente e non dirigente, maggiore equità retributiva tra realtà territoriali e professionisti, sblocco delle diverse indennità istituite e finanziate in questi anni ma ancora non erogate, come ad esempio quella degli infermieri, del personale sanitario non dirigente e quella del personale del Pronto Soccorso, sono alcune priorità che devono essere affrontate subito, a partire dai rinnovi contrattuali annunciati e che non dovranno essere semplici ‘tagliandì, quanto invece servire ad aprire a una nuova stagione di rilancio della sanità pubblica per il personale e i cittadini che ne usufruiscono”, ha quindi concluso Aceti.
Sul Pronto Soccorso poi, l’allarme, oltre quello della valorizzazione (anche economica) delle competenze è più forte dal punto di vista degli organici. La desertificazione degli organici medici e infermieristici nel sistema dell’emergenza, pronto soccorso e 118, è un fenomeno allarmante: “I dati del Centro Sudi nazionale SIMEU, Società Italiana di Medicina di Emergenza Urgenza – dice Maria Pia Ruggieri, past presidente SIMEU e componente del Direttivo Salutequità – evidenziano la carenza attuale di 4.000 medici e 10.000 infermieri rispetto alle necessità. I concorsi per medici di pronto soccorso e 118 sono andati deserti in tutte le Regioni. Il 50% delle Borse di Studio della Specialità di Medicina di Emergenza Urgenza non sono state assegnate nell’anno accademico 2021/22 per disinteresse dei neolaureati. Il 18% degli studenti nell’anno accademico 2020/21 ha abbandonato il corso di studi. Eppure – conclude – prima della pandemia si calcolavano ca 24.000.000 di ingressi al Pronto Soccorso l’anno (1/3 dell’intera popolazione italiana), ossia un’emergenza ogni 90 secondi, dati che negli ultimi due anni sono cresciuti in modo esponenziale rischiando, in queste condizioni, di non riuscire a garantire la tutela della salute ai cittadini”.
(ITALPRESS).

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