ROMA (ITALPRESS) – Nel primo semestre del 2026 le imprese italiane hanno programmato 2 milioni e 869 mila assunzioni, ma nel 44,8% dei casi prevedono difficoltà nel reperire il personale necessario. Allo stesso tempo, milioni di persone rimangono ai margini del mercato del lavoro. Il più ampio bacino occupazionale inutilizzato non è costituito soltanto dai disoccupati, ma coinvolge le “forze di lavoro potenziali” e gli inattivi, tra i quali le donne sono quasi 15 milioni, circa cinque milioni in più degli uomini. Questo è il paradosso messo in evidenza dal Terzo Report sul mismatch tra domanda e offerta di lavoro in Italia, realizzato da CNEL e Unioncamere con la collaborazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, dell’Istat e del Centro Studi Guglielmo Tagliacarne.
Il Report propone una lettura innovativa del mercato del lavoro, integrando le previsioni di assunzione del Sistema informativo Excelsior, le stime dei fabbisogni occupazionali di medio periodo, i dati della Rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat e le informazioni sulle attivazioni e cessazioni dei rapporti di lavoro provenienti dalle Comunicazioni Obbligatorie del Ministero del Lavoro. La difficoltà di reperimento viene così analizzata non soltanto sulla base delle professionalità richieste dalle imprese, ma anche considerando la popolazione potenzialmente disponibile a lavorare e i movimenti effettivamente registrati nel mercato del lavoro.
Nel primo semestre del 2026 il settore dei servizi concentra circa il 72% delle entrate programmate. Le micro e piccole imprese prevedono complessivamente oltre 1,8 milioni di assunzioni, confermandosi una componente decisiva della domanda di lavoro del Paese.
Le maggiori difficoltà di reperimento si registrano nel settore delle costruzioni (59,8% delle assunzioni programmate), nelle industrie del legno e del mobile (59,6%) e nelle industrie metalmeccaniche ed elettroniche (55%). Nei servizi informatici e delle telecomunicazioni la quota raggiunge il 50,6% ed è ancora in aumento rispetto all’anno precedente. La difficoltà non riguarda, quindi, solo le professioni altamente specializzate. Coinvolge anche tecnici, operai qualificati, addetti alla manutenzione, personale della ristorazione e figure operative indispensabili per il funzionamento quotidiano delle imprese.
Il Rapporto mostra che esiste un problema di scarsa partecipazione al lavoro. Una parte rilevante del potenziale occupazionale è costituita dalle “forze di lavoro potenziali”: persone disponibili a lavorare che non cercano attivamente un impiego o che non sarebbero immediatamente disponibili a iniziarlo. Dai dati dell’ISTAT, si rileva che il fenomeno è particolarmente rilevante nelle regioni meridionali e tra le donne. Le donne inattive con almeno 15 anni sono quasi 15 milioni, circa cinque milioni in più degli uomini. Nelle età centrali, gli impegni di cura familiare continuano a rappresentare uno dei principali ostacoli alla partecipazione. Tra i giovani, la disoccupazione e l’inattività restano maggiormente concentrate nel Mezzogiorno e interessano anche diplomati e laureati. Non si tratta quindi esclusivamente di una carenza di titoli di studio, ma di una persistente difficoltà nel collegare i percorsi formativi, le competenze possedute e le professionalità richieste dalle imprese.
L’analisi delle Comunicazioni Obbligatorie del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali consente di osservare ciò che avviene concretamente dopo che le imprese hanno manifestato il proprio fabbisogno. I dati mostrano che numerose professioni difficili da reperire sono anche caratterizzate da un intenso ricambio occupazionale. Dai dati delle Comunicazioni Obbligatorie per il 2025, nell’industria le attivazioni risultano concentrate nelle professioni operaie specializzate. In particolare, tra fonditori, saldatori, lattonieri, calderai e montatori di carpenteria metallica sono state registrate 65.775 attivazioni e 64.089 cessazioni. Per i meccanici artigianali, montatori e manutentori di macchine si contano 43.817 attivazioni e 41.577 cessazioni. Tra gli operai addetti ai macchinari dell’industria tessile e delle confezioni, le 32.678 attivazioni sono state inferiori alle 35.089 cessazioni.
Dinamiche analoghe interessano la ristorazione, alcuni servizi alle imprese e diverse professioni tecniche e specialistiche. La presenza contemporanea di un’elevata domanda, numerose assunzioni e quasi altrettante cessazioni segnala che una parte consistente del fabbisogno non è legata alla creazione di nuovi posti, ma alla necessità continua di sostituire lavoratori che cambiano impiego o lasciano il settore. Il mismatch assume quindi una natura più complessa: alla scarsità di alcune competenze si aggiungono l’instabilità dei rapporti di lavoro, la stagionalità, le condizioni occupazionali poco attrattive, la mobilità professionale e territoriale e la difficoltà delle imprese nel trattenere il personale.
“Il Rapporto mette in evidenza un paradosso che il Paese non può più permettersi: le imprese cercano lavoratori e spesso non riescono a trovarli, mentre milioni di persone che potrebbero contribuire alla crescita rimangono fuori dal mercato del lavoro. L’Italia non soffre soltanto di una carenza di competenze, ma di una grave difficoltà nel far incontrare le opportunità offerte dalle imprese con le persone disponibili o potenzialmente disponibili a lavorare”, dichiara Renato Brunetta, presidente del CNEL. “L’integrazione tra i dati di Unioncamere, Istat e Ministero del Lavoro permette di ricostruire l’intero percorso della domanda e dell’offerta, fino ai contratti effettivamente attivati e cessati – prosegue -. È un salto di qualità nella conoscenza del mercato del lavoro. Ora occorre trasformare questa conoscenza in politiche mirate: più formazione e orientamento, politiche attive realmente personalizzate, maggiore partecipazione femminile, valorizzazione delle forze di lavoro potenziali e interventi capaci di rendere più stabili e attrattive le professioni maggiormente richieste”.
“I dati del Rapporto confermano l’urgenza di risposte concrete per sostenere il nostro sistema produttivo, in quanto la difficoltà di reperire personale rappresenta un freno concreto alla crescita e allo sviluppo del Paese – commenta Andrea Prete, presidente di Unioncamere -. Per superare questo ostacolo serve un’azione di sistema: da un lato dobbiamo rendere le nostre aziende sempre più capaci di attrarre e trattenere i talenti, dall’altro occorre accelerare sull’aggiornamento delle competenze tecniche e operative dei lavoratori. È indispensabile agire su più fronti: rafforzare l’orientamento scolastico e universitario, adeguare i percorsi di formazione alle reali esigenze tecnologiche e operative delle aziende e valorizzare l’enorme bacino di capitale umano oggi inattivo, in primis quello femminile e giovanile”.
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