MILANO (ITALPRESS) – La transizione ecologica del tessuto produttivo italiano è entrata in una fase di consistenza e stabilità in cui la sostenibilità è diventata parte della cultura aziendale e delle scelte gestionali, con un approccio pragmatico e strutturato. Sotto la spinta dei rincari energetici, dell’instabilità geopolitica, di vincoli normativi e per l’accesso al credito sempre più stringenti, le imprese integrano la sostenibilità direttamente nel core business e nei processi industriali. Con un’attenzione sempre più rigorosa al conto economico ai vantaggi di business che gli investimenti in sostenibilità riescono a generare.
Questo è il quadro principale che emerge dalla V Edizione dell’Osservatorio Clean Technology 2026, l’approfondito monitoraggio realizzato da Eumetra per Haiki+ e Circularity, condotto su un campione statistico di 400 pmi e grandi imprese italiane. La ricerca di quest’anno evidenzia come le tematiche ambientali non siano più vissute come un trend del momento, ma come una rigorosa necessità gestionale ed economica.
‘I risultati dell’Osservatorio mostrano una crescita del tessuto imprenditoriale italiano: la sostenibilità non viene più affrontata come un elemento accessorio, ma come parte integrante delle strategie industriali. Per consolidare questo percorso è fondamentale poter contare su dati affidabili, criteri condivisi e strumenti di misurazione in grado di valorizzare gli investimenti delle imprese e contrastare pratiche di comunicazione ambientale non supportate da evidenze scientifiche. La trasparenza rappresenta oggi una leva essenziale per accompagnare la competitività e la transizione ecologica del Paese’, ha dichiarato Maria Alessandra Gallone, Presidente di ISPRA.
La criticità principale riscontrata nelle scorse edizioni viene finalmente superata nel 2026 da una decisa virata strategica: il 63% delle medie e grandi imprese italiane dispone oggi di un piano industriale con chiare direzioni strategiche a medio-lungo termine sulla sostenibilità, segnando un netto raddoppio rispetto al 35% registrato nel 2025. La transizione ecologica diventa un asset strutturale anche sul piano dell’organigramma: il 57% delle grandi aziende vanta infatti una funzione o un reparto interno specificamente dedicato a valutare e gestire le tematiche green. Il 2026 fotografa un tessuto imprenditoriale fortemente attivo, con il 79% delle aziende che ha realizzato almeno un investimento in sostenibilità. Tuttavia, lo scenario internazionale e l’incertezza sui costi energetici spingono le imprese verso una rigida selezione dei capitoli di spesa. Gli investimenti si concentrano in modo drastico sul contenimento dei costi e l’autonomia energetica. Le imprese scelgono le rinnovabili contro il caro energia: il 76% ha realizzato investimenti in efficienza energetica nel 2026 (versus il 65% del 2025), con 7 imprese su 10 che hanno installato pannelli fotovoltaici. Inoltre, ben il 78% del campione considera le rinnovabili la chiave per la competitività e l’indipendenza energetica nazionale.
Mentre sale la quota di imprese che considera la tutela dell’ambiente (67% versus 52% del 2025) e la riduzione dei rifiuti (65% versus 58% del 2025) una priorità assoluta per il Paese, l’urgenza economica ha fatto passare in secondo piano la riduzione della CO2 (dal 26% al 15%) e ha causato una contrazione degli investimenti complessivi in economia circolare, scesi dal 27% dello scorso anno al 14%. Ciononostante, chi continua a investire in economia circolare lo fa in modo strutturato, con un’ottica di medio-lungo periodo e interventi che per 6 aziende su 10 richiedono un re-design dei processi produttivi.
Il focus resta sul riciclo di scarti e sfridi di produzione per praticamente tutte le imprese intervistate (96%), sul monitoraggio dei rifiuti (per 9 imprese su 10) e sull’approvvigionamento di materiali riciclati (8 imprese su 10). La barriera principale rimane il costo economico: per l’86% delle imprese i materiali riciclati comportano costi più elevati rispetto alle materie prime vergini tradizionali (come la plastica).
Tra le aziende che investono nel green cresce in modo significativo il ricorso alle certificazioni ambientali (60% contro il 41% del 2025). L’aumento riflette un contesto normativo europeo sempre più orientato alla trasparenza e alla verificabilità delle performance ambientali. In questa direzione si inserisce anche il D.lgs. 30/2026, in vigore dal 27 settembre, che recepisce la Direttiva (UE) 2024/825 e introduce regole più rigorose sulle comunicazioni ambientali rivolte ai consumatori, limitando l’utilizzo di dichiarazioni ambientali generiche quando non supportate da evidenze verificabili, certificazioni di terze parti o sistemi di riconoscimento ufficialmente riconosciuti.
Gli investimenti green si dimostrano redditizi: il 67% delle aziende ha già pienamente raggiunto i vantaggi economici attesi dal proprio impegno, un balzo di ben +12 punti percentuali rispetto al 2025. Tali benefici si traducono in un risparmio concreto in termini di efficienza operativa (che per il 64% delle imprese si attesta tra l’1% e il 5% del fatturato annuo) e in un sensibile miglioramento della redditività generale (indicata dal 38% del campione, +4 punti percentuali).
Cresce in parallelo l’importanza strategica della finanza sostenibile: per 3 imprese su 10 l’impegno green ha determinato un migliore accesso al credito (+9 punti percentuali rispetto al 2025), in particolare tramite l’accesso a finanziamenti dedicati (18%). Questo dato sembra spiegare il nuovo e forte coinvolgimento della funzione Amministrazione aziendale (che sale al 33% di coinvolgimento diretto, +14 punti percentuali rispetto al 2025) nella gestione e rendicontazione dei dati ESG. L’adozione di modelli di business sostenibili riscontra un forte apprezzamento esterno: il 63% delle imprese dichiara che i propri sforzi sono riconosciuti, in prima fila da clienti e consumatori (71%) e dai propri dipendenti (36%).
Per il futuro, l’instabilità macroeconomica generale (conflitti internazionali, inflazione, dazi) genera tuttavia una diffusa cautela: circa la metà del campione (51% complessivo tra un 12% che prevede riduzioni e un 38% che teme probabili ritardi) ipotizza un rallentamento o una rimodulazione dei volumi di spesa previsti nel prossimo biennio.
“I dati di questa quinta edizione dell’Osservatorio Clean Technology certificano la fine della fase dell’entusiasmo green e l’inizio di quella che possiamo definire la sostenibilità del ‘solido realismo’”, ha commentato Giovanni Rosti, Amministratore Delegato di Haiki+. “Nel 2026 le aziende non investono per l’immagine, ma integrano l’efficienza energetica, l’economia circolare e le metriche ESG direttamente nella struttura operativa e gestionale della produzione, mosse dalla vitale necessità di tagliare i costi operativi e di rispondere ai requisiti stringenti di banche e normative europee. Per supportare questo sforzo è ormai vitale che le politiche industriali nazionali ed europee intervengano per regolare i costi delle materie prime riciclate, permettendo all’economia circolare di tornare a correre ed imporsi come standard di mercato”, ha aggiunto.
“Giunto alla sua quinta edizione, l’Osservatorio dimostra la grande capacità di adattamento e la resilienza del nostro sistema produttivo in un contesto internazionale instabile – ha commentato Camilla Colucci, founder e CEO di Circularity -. Sebbene il caro bollette abbia temporaneamente frenato la diffusione dell’economia circolare in favore dell’efficientamento energetico, le imprese che continuano a fare circolarità lo fanno con progetti strutturati, di medio-lungo periodo, che richiedono un ridefinizione dei processi industriali. In questa fase di consolidamento e realismo, c’è ancora molta strada da fare e gli imprenditori hanno bisogno di essere guidati e supportati per riuscire a trasformare i vincoli operativi e normativi in valore, pulito e certificato”.
-Foto Haiki+ e Circularity-
(ITALPRESS).












