di Stefano Vaccara
NEW YORK (ITALPRESS) – New York ha salutato il 2026 con energia elettrica piena di attesa. Pochi minuti dopo la discesa della sfera di Times Square, Zohran Mamdani, 34 anni, è diventato ufficialmente sindaco della città più importante degli Stati Uniti. Primo musulmano, dichiaratamente socialista: una combinazione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile, oggi è realtà. La sua inaugurazione notturna, potentissima nei simboli, si è svolta sotto la città, in una stazione della metropolitana abbandonata accanto a City Hall. Un luogo che racconta l’idea di New York come infrastruttura pubblica, come promessa collettiva. Accanto a lui c’era la giovane moglie Rama Duwaji, di origine siriana, ormai simbolo di una New York multietnica che rivendica senza paura la propria identità culturale e religiosa, in aperto contrasto con il vento MAGA dell’omologazione e dell’esclusione. A prestargli giuramento è stata Letitia James (la procuratrice che Trump vuole processare per averlo incriminato), mentre Mamdani posava la mano su due Corani, uno appartenuto al nonno, l’altro ad Arthur Schomburg, un omaggio alla storia afroamericana. Dieci minuti appena. Ma un passaggio lungo una generazione.
Oggi all’una è in programma la cerimonia di insediamento a City Hall, davanti a una folla stimata di oltre 40 mila sostenitori. L’evento si terrà all’aperto e vedrà la partecipazione di numerosi ospiti e volti noti del mondo politico, culturale e dello spettacolo. Un appuntamento che si preannuncia molto partecipato e ad alta visibilità pubblica. A portare Mamdani al potere della città più importante del mondo è stata soprattutto una valanga di giovani. Under 30, studenti, precari, riders, first-time voters. Ragazze e ragazzi che non si erano mai riconosciuti e quindi non avevano partecipato alla politica cittadina e che hanno deciso di entrarci di peso, spinti da una parola chiave: accessibilità. Case troppo care, trasporti inefficienti, servizi impossibili. Mamdani ha parlato la loro lingua, sui social e per strada, senza mediazioni. E loro lo hanno portato al potere. Ora però viene la parte più difficile. Quella generazione che lo ha eletto è entusiasta, ma anche esigente. Non ha pazienza infinita né fedeltà automatiche. Può passare rapidamente dall’energia alla delusione, dall’impegno al disincanto. Se Mamdani vorrà restare a lungo alla guida di New York dovrà dimostrare, molto presto, di saper trasformare il linguaggio della speranza in risultati concreti.
Le sfide sono enormi: un apparato amministrativo gigantesco, una città segnata da disuguaglianze profonde, tensioni politiche e identitarie fortissime. E un’agenda ambiziosa che richiede risorse, alleanze, compromessi. Non basteranno più gli slogan. Eppure, in quella notte sotterranea, New York sembrava ricordare a sé stessa perché esiste: perché ogni tanto osa. Al punto di affidarsi a una generazione nuova, e seppur consapevole che il rischio è alto, l’immobilismo lo sarebbe stato ancora di più. Mamdani incarna la sfida di entrare nel futuro senza lasciare indietro nessuno. Ora dovrà dimostrare di saper reggere questa enorme responsabilità.
– foto IPA Agency –
(ITALPRESS).









