Minneapolis, la versione ufficiale crolla. Trump prepara la ritirata tattica

di Stefano Vaccara

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Per circa 48 ore la Casa Bianca ha provato a chiudere il caso Minneapolis dentro una cornice semplice e politicamente utile: un uomo armato, federali aggrediti, reazione inevitabile. Poi sono arrivati i filmati, da più angolazioni, e quella cornice ha iniziato a sbriciolarsi. Non per un dettaglio marginale, ma per la sequenza che i video rendono quasi impossibile da “spinnare”: Alex Pretti, 37 anni, infermiere di terapia intensiva al Veterans Affairs, appare con un telefono in mano mentre interviene per aiutare alcune persone appena spintonate e spruzzate con spray, viene immobilizzato a terra, la pistola viene rimossa dalla sua cintura, e solo dopo arrivano i colpi ravvicinati. Il New York Times e altri media che verificano i vari video a disposizione, scrivono che Pretti stava tenendo un telefono, non un’arma, e che l’arma sembra essere stata rimossa pochi istanti prima degli spari. Nove in tutto con l’uomo disarmato a terra.

Eppure, proprio mentre le immagini circolavano, l’amministrazione Trump ha rilanciato la versione più dura. Il capo della Border Patrol Gregory Bovino, diventato in queste settimane uno dei volti dell’offensiva federale nelle città, ha ribaltato la realtà davanti alle telecamere: “Le vittime sono gli agenti”, sostenendo che Pretti avrebbe “assalito” i federali. È la stessa linea ripetuta dalla segretaria alla Homeland Security Kristi Noem, e da altri portavoce, nonostante la polizia di Minneapolis abbia dichiarato di non vedere alcuna evidenza che Pretti abbia “brandito” l’arma. In parallelo, il direttore dell’FBI Kash Patel è rimasto sulla narrativa dell’aggressione, dicendo in sostanza che chi attacca le forze dell’ordine “non può farla franca”.
A quel punto Trump cambia tono. Non fa autocritica, non condanna l’agente, non riconosce gli errori dei suoi. Però apre la porta alla marcia indietro, e lo fa nel modo più trumpiano possibile, cioè senza ammettere nulla ma preparando l’uscita.

In un’intervista telefonica con il Wall Street Journal domenica sera, rifiuta di dire se l’agente abbia agito correttamente e si limita a promettere una “revisione” interna, aggiungendo che, “a un certo punto”, gli agenti federali lasceranno Minneapolis, anche se senza indicare tempi. Il WSJ descrive la frase come un segnale di ritiro futuro, e sottolinea che l’amministrazione è costretta a confrontarsi con il costo politico della scena, soprattutto perché le immagini smentiscono la versione ufficiale.
Se l’intervista telefonica è davvero stata cercata da Trump, come spesso accade quando vuole riprendere il controllo della narrativa, allora siamo davanti a un riflesso di sopravvivenza politica. Non moderazione, ma gestione del danno. Minneapolis, con quei video che smentivano la “narrativa” in difesa degli agenti ICE, stava diventando “tossica” per la Casa Bianca: la violenza non è più astratta, è visibile, ripetibile, verificabile.

Qui entra in scena un elemento significativo: il successivo editoriale del Wall Street Journal che arriva lunedì mattina. Il WSJ di Murdoch ha definito il caso una debacle “morale e politica” ha attaccato la gestione comunicativa del DHS e ha chiesto di fermare la surreale escalation, invitando Trump a cambiare strada e a concentrare l’azione sui criminali, non su operazioni di “forza” in città ostili. Quando anche il giornale conservatore vicino ai repubblicani ma soprattutto seguito dalle élite finanziarie descrive che la versione federale non regge, la Casa Bianca è avvertita: la corda è stata tirata troppo.
Stephen Miller, l’uomo che più di tutti ha spinto l’amministrazione su deportazioni aggressive e azioni dimostrative nelle grandi città, verrà da ora in poi davvero contenuto da Trump, oppure siamo solo davanti a una pausa strategica? Il WSJ stesso parla di tensioni interne alla Casa Bianca, con alcuni consiglieri preoccupati dal danno politico e altri, Miller in testa, intenzionati a continuare la linea dura. La lettura più realistica?

Minneapolis non ferma il progetto, lo costringe a cambiare forma. Se l’obiettivo è anche “educare” il Paese alla paura, allora l’amministrazione ha bisogno di operazioni che intimidiscono senza produrre un boomerang mediatico. Minneapolis, invece, ha prodotto un boomerang.
A dirlo in queste ore chiaro c’è l’esperta di regimi autoritari dell’Atlantic Anne Applebaum: il tema non è più solo l’immigrazione. È il modello di potere che si sta sperimentando: agenti mascherati, presenza paramilitare, gestione della piazza come territorio occupato, e soprattutto l’idea di impunità. Applebaum, intervistata dal popolare programma in tv “Morning Joe”, ha collegato esplicitamente il punto dell’impunità a un obiettivo più ampio dell’operazione migratoria: diffondere paura per rendere i cittadini passivi, disincentivare la protesta, e alla lunga scoraggiare persino la partecipazione politica. In altre parole, la paura come strumento di governo per evitare che i cittadini vadano a votare in massa nel novembre 2026.

È lo stesso quadro che Jonathan Rauch, sempre su The Atlantic, ha scelto ormai di chiamare “fascismo”. Rauch sostiene che non si tratta più solo di autoritarismo opportunista o di “patrimonialismo” in stile uomo forte, ma di una costellazione di tratti sempre più coerente, dalla brutalità performativa alla politicizzazione delle forze dell’ordine, fino a una sorta di polizia nazionale che agisce come forza politica sul territorio.
Minneapolis quindi era diventato un test: fin dove si può spingere la “brutalità dimostrativa” senza perdere il controllo del racconto? Per due giorni la Casa Bianca ha provato a imporre il racconto. Poi la realtà ha bucato lo schermo e ha dovuto fare marcia indietro.
Minneapolis non è un incidente isolato, è un pezzo di un disegno più grande, quello di normalizzare una forza federale aggressiva, e normalizzare anche l’idea che chi documenta e chi protesta possa essere punito. Se l’amministrazione fa un passo indietro, lo fa perché questa volta i video sono troppo chiari, e perché la reazione rischia di allargarsi, anche sul fronte del lavoro organizzato, dove negli Stati Uniti perfino l’ipotesi di uno sciopero generale resta un evento rarissimo.

Trump oggi fa il “Taco”, la ritirata tattica. Ma sarà una ritirata per cambiare strada, o una ritirata solo tattica e riprovare altrove? Minneapolis suggerisce che la resistenza sociale, e la prova visiva dei fatti, possono ancora imporre un limite. Il problema è capire se quel limite reggerà fino a novembre 2026, quando la paura, se coltivata abbastanza a lungo, potrebbe trasformarsi in rassegnazione. Oppure, al contrario, in una mobilitazione più ampia, proprio perché l’America sta iniziando a vedere, senza filtri, che cosa significa davvero uno Stato federale che pretende l’impunità per i suoi uomini armati in strada e la morte per coloro che esercitano il loro diritto costituzionale alla protesta.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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