PALERMO (ITALPRESS) – Sono all’incirca le 19:30 del 6 agosto 1980: Gaetano Costa, procuratore capo di Palermo da due anni, sta passeggiando nei pressi della propria abitazione e decide di fermarsi presso una bancarella di via Cavour per sfogliare un libro. Mentre legge, alle sue spalle, una moto con a bordo due persone si ferma: una di loro tira fuori una pistola e inizia a sparare. Costa muore pochi istanti dopo: aveva 64 anni. A distanza di 46 anni il delitto non ha ancora un colpevole.
Nessuno è stato condannato come esecutore materiale, sebbene sia stata riconosciuta la matrice mafiosa: la Corte d’Assise di Catania ha infatti individuato il contesto dell’omicidio nella zona grigia tra affari, politica e crimine organizzato. L’ultimo provvedimento dell’ex procuratore capo di Palermo aveva infatti rappresentato un colpo durissimo alle attività di Cosa nostra: Costa aveva disposto l’arresto di 55 persone, tutte riconosciute come appartenenti alla mafia e accusate di gestire il traffico di stupefacenti tra la Sicilia e gli Stati Uniti. Da procuratore capo inoltre coordinava le indagini di altri due omicidi di stampo mafioso che avevano insanguinato Palermo nel 1980, quello del presidente della Regione Piersanti Mattarella a gennaio e quello del capitano dei carabinieri Emanuele Basile a maggio.
Nonostante a Costa fossero state assegnate sia la scorta sia l’auto blindata, egli aveva scelto di non usufruire di nessuna delle due: una decisione confermata anche quel 6 agosto di 46 anni fa, quando Cosa nostra ne decretò la morte. Il magistrato è stato ricordato a Palermo nel corso di una cerimonia che si è tenuta in via Cavour, sul luogo dell’eccidio, a organizzarla la Fondazione Gaetano Costa.
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