di Raffaele Bonanni
ROMA (ITALPRESS) – Ogni volta che il Parlamento riapre il confronto sulla legge elettorale, il dibattito pubblico torna a muoversi lungo binari ormai consueti. Si discute di soglie, premi di maggioranza, formule più o meno proporzionali, ma raramente si affronta la questione centrale: il rapporto tra cittadini e rappresentanza. È lì che si misura la qualità di una democrazia matura. Anche nelle discussioni di queste settimane il dissenso non riguarda tanto il principio della rappresentanza, quanto l’ampiezza del premio da attribuire a chi superi una determinata soglia di consenso. Una scelta che può favorire la stabilità, ma che rischia di accentuare la distanza tra il Paese reale e le istituzioni, soprattutto in una stagione segnata da un astensionismo sempre più vasto. Liquidare quel fenomeno come semplice disaffezione sarebbe un errore. Dietro l’allontanamento dalle urne vi è spesso la percezione di un sistema politico chiuso, poco permeabile al ricambio e concentrato nella tutela dei propri equilibri interni.
Negli ultimi decenni il rapporto diretto tra elettori ed eletti si è progressivamente indebolito, sostituito da meccanismi che hanno rafforzato il peso delle segreterie e degli apparati. In una democrazia liberale i partiti dovrebbero essere strumenti di partecipazione, luoghi di elaborazione politica e di selezione della classe dirigente. Quando invece prevalgono logiche autoreferenziali, il rischio è quello di trasformare il confronto democratico in un circuito ristretto, incapace di interpretare i cambiamenti della società e di alimentare fiducia. Non sorprende, allora, che maggioranza e opposizione trovino convergenze proprio sui temi che limitano il rapporto diretto tra eletti ed elettori. La compressione delle preferenze e il ridimensionamento di un autentico proporzionale hanno contribuito a consolidare un bipolarismo forzato che, in nome della governabilità, non ha restituito né stabilità né maggiore partecipazione.
La domanda che il sistema politico dovrebbe porsi è semplice: può esistere una democrazia davvero coesa senza cittadini che si sentano rappresentati? E si possono affrontare passaggi difficili senza un tessuto civico motivato e coinvolto? Per questa ragione appare necessario ricostruire uno spazio politico capace di interpretare culture riformatrici, moderate e responsabili che non si riconoscono nella continua radicalizzazione del confronto pubblico. Non sarà il populismo, né a destra né a sinistra, a riportare fiducia nelle istituzioni. Anche il mondo centrista porta con sé responsabilità e ritardi. Per anni ha preferito adattarsi agli equilibri esistenti piuttosto che costruire una proposta autonoma. Eppure, proprio da una sua ritrovata capacità di iniziativa potrebbe nascere un contributo utile a rafforzare il legame, oggi troppo fragile, tra cittadini e democrazia italiana. Serve una visione meno tattica, capace di restituire credibilità alla partecipazione e fiducia nelle istituzioni del futuro comune.
– foto IPA Agency –
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