I droni iraniani della famiglia Shahed, e in particolare gli Shahed-131 e Shahed-136, sono diventati noti perché uniscono costo relativamente basso, lunga distanza e capacità di colpire obiettivi fissi con una logica da “one-way attack”, cioè droni pensati per arrivare sul bersaglio ed esplodere. La loro pericolosità non dipende tanto da una singola esplosione devastante, quanto dalla possibilità di essere lanciati in numero elevato, spesso in ondate, per mettere sotto pressione le difese aeree e colpire infrastrutture, edifici non protetti e mezzi vulnerabili.
È bene chiarirlo subito: gli Shahed non sono armi strategiche paragonabili ai grandi missili da crociera e non sono vettori nucleari credibili. Il Royal United Services Institute (RUSI) osserva esplicitamente che lo Shahed-136 non può trasportare armi nucleari e che la sua testata è molto più piccola di quella dei cruise missile tradizionali. Questo significa che possono provocare danni seri, anche mortali, ma non danni “estremamente rilevanti” nel senso di distruzione su scala enorme tipica di ordigni molto più pesanti.
Come funzionano i droni Shahed
Gli Shahed rientrano nella categoria delle munizioni circuitanti o droni d’attacco unidirezionale. In pratica vengono lanciati verso coordinate o rotte prestabilite e, una volta raggiunta l’area bersaglio, impattano detonando. Lo Shahed-136 è stato presentato dall’Iran anche con un sistema di lancio multiplo montato su camion, pensato proprio per favorire il lancio in serie. Questa caratteristica conta molto, perché la minaccia non sta solo nel singolo drone, ma nella possibilità di combinare più velivoli all’interno della stessa azione offensiva.
Dal punto di vista operativo, il vantaggio di questi droni sta nel rapporto tra semplicità costruttiva e utilità militare. Il RUSI stima per lo Shahed-136 un peso attorno ai 200 kg e un costo molto inferiore rispetto ai grandi missili da crociera, elemento che ne favorisce l’impiego in massa. Reuters ha anche riportato stime di circa 50.000 dollari per esemplare in alcuni contesti di guerra, valore che aiuta a capire perché vengano usati come strumento di attrito: costano poco rispetto ai sistemi necessari per abbatterli.
Quali danni possono provocare davvero
La domanda più importante è capire quali danni possano fare in termini concreti. Secondo RUSI, un drone di questa classe può portare una testata fino a circa 50,2 kg, anche di tipo termobarico, con effetti distruttivi contro edifici non protetti, strutture civili leggere e veicoli vulnerabili. Lo stesso studio sottolinea che l’effetto letale può estendersi per decine di metri e che i danni sono sufficienti a compromettere bersagli “soft”, cioè non fortificati.
Questo vuol dire che uno Shahed può provocare morti, feriti, incendi, crolli localizzati e danni importanti a bersagli puntuali come depositi, aree industriali leggere, sottostazioni, mezzi parcheggiati o edifici senza protezioni particolari. Può anche contribuire a interrompere servizi essenziali se colpisce nodi sensibili. Tuttavia, non è l’arma adatta a demolire bunker pesanti, grandi strutture in cemento armato progettate per resistere o obiettivi che richiedono una penetrazione profonda. Proprio per questo non ha senso descriverlo come un sistema capace di devastazioni paragonabili a quelle di un missile balistico pesante.
Il punto centrale è che la pericolosità degli Shahed cresce molto se vengono usati in sciami o in ondate successive. Il RUSI ha descritto casi in cui decine di Shahed-136 sono stati organizzati per partire a ondate, e spiega che, se un numero sufficiente di velivoli arriva contemporaneamente, alcuni possono passare perché i sistemi difensivi vengono saturati o restano a corto di intercettori pronti al lancio. Dunque il danno del singolo drone è limitato rispetto a un missile maggiore, ma l’effetto complessivo può diventare serio se la difesa viene sovraccaricata.
Qual è la loro portata
Sulla portata bisogna essere precisi, perché le stime pubbliche non coincidono sempre. Il RUSI indica per lo Shahed-131 una distanza stimata tra circa 700 e 1.000 km, mentre per lo Shahed-136 riporta stime che vanno da circa 1.000 a 2.000 km, ricordando però anche una valutazione di circa 1.300-1.500 km come dato plausibile per l’impiego operativo. La forbice dipende da variabili come profilo di volo, carico utile, rotta e versione del drone.
Una portata di questo tipo rende gli Shahed fastidiosi e flessibili sul piano regionale. Non sono veloci come i missili da crociera più sofisticati, ma possono essere lanciati da lontano e arrivare dopo ore di volo, obbligando il difensore a tenere in allerta radar, batterie e caccia per un periodo prolungato. La lentezza, però, è anche un limite: un attacco da grande distanza offre più tempo per il tracciamento e per l’intercettazione, soprattutto se il sistema difensivo è ben coordinato. RUSI, analizzando la crisi Iran-Israele, ha infatti osservato che i limiti di velocità di questi droni li rendono un pessimo strumento contro difese molto evolute.
Come possono essere intercettati
Gli Shahed possono essere contrastati con una difesa multilivello, ma non esiste una soluzione unica perfetta. Alcuni studi e fonti ufficiali indicano diverse opzioni pratiche:
- MANPADS e missili a corto raggio: il RUSI segnala che sistemi portatili terra-aria restano utili per aumentare la capacità di intercettare gli Shahed, soprattutto vicino a obiettivi sensibili.
- Cannoni antiaerei radar-guidati, come il Gepard: per RUSI sono tra le soluzioni più sensate sul piano costo-efficacia contro droni relativamente lenti e prevedibili.
- Caccia e missili aria-aria: la stessa analisi RUSI rileva che i fighter possono contribuire in modo importante all’abbattimento, specie se inseriti in una rete di sorveglianza e comando efficiente.
- Radar compatti, sistemi ottici e puntamento laser: RUSI propone sensori più economici e diffusi per rendere molto più precisi i cannoni antiaerei contro questo tipo di minaccia.
- Droni intercettori dedicati: il governo britannico ha annunciato la produzione degli Octopus interceptor, progettati proprio per abbattere droni di tipo Shahed prima che raggiungano case, ospedali e infrastrutture.
- Guerra elettronica, ma con limiti: Reuters riporta che questi droni possono volare molto bassi e che la robustezza dei loro sistemi di navigazione può rendere più difficile neutralizzarli solo con disturbo radio.
La realtà è che l’intercettazione funziona meglio se si combinano rilevamento anticipato, armi economiche e coordinamento. Dove la difesa è ben preparata, gli Shahed possono essere abbattuti in gran numero. Dove invece mancano radar, munizioni o sistemi a basso costo, il rischio aumenta rapidamente.
Perché sono pericolosi ma non decisivi
Gli Shahed sono una minaccia seria perché uniscono precisione sufficiente, costo contenuto e impiego in massa. Possono uccidere, danneggiare infrastrutture e creare forte pressione psicologica sulla popolazione e sui difensori. In più costringono spesso chi si difende a spendere molto di più per abbatterli, generando un problema economico oltre che militare.
Allo stesso tempo, è sbagliato attribuire a questi droni capacità che non hanno. Non portano testate nucleari, non hanno carichi comparabili a quelli dei grandi missili da crociera, non sono ideali contro bersagli fortificati e, se trovano una difesa aerea stratificata e ben coordinata, possono essere respinti con efficacia anche molto alta. Per questo gli Shahed vanno considerati per ciò che sono davvero: uno strumento di pressione e logoramento, capace di fare danni reali e talvolta gravi, ma non un’arma risolutiva o capace da sola di produrre distruzioni strategiche di enorme scala.









