ROMA (ITALPRESS) – Nel libro “Garlasco: le vergogne infinite. La caccia è appena cominciata”, la criminologa Sofia Vidale e il medico legale Pasquale Bacco affrontano il caso che da anni divide l’opinione pubblica da due prospettive diverse ma complementari: quella criminologica e quella medico-legale. Un’analisi che, spiegano in un‘intervista a Claudio Brachino – che è anche coautore e nel volume ha analizzato il caso sotto il profilo giornalistico – per l’agenzia Italpress, nelle intenzioni degli autori, non vuole essere soltanto una ricostruzione del caso che da anni divide l’opinione pubblica, ma dei metodi utilizzati per arrivare alla verità.
La prima riflessione è affidata a Sofia Vidale: “Innanzitutto la prima cosa che dobbiamo spiegare la suddivisione” e del perché il volume nasce dal confronto fra “tre livelli di lettura”. “L’obiettivo è proprio quello di mostrare come tra l’aspetto tecnico-scientifico e l’aspetto criminologico ci sia stata poi la giuria più popolare, di cui tu – spiega rivolgendosi a Brachino – sei stato proprio il rappresentante in qualità di giornalista. La criminologia all’interno del libro viene rappresentata da me in termini strettamente metodologici: non tanto per mostrare qual è il soggetto che ha commesso il delitto, ma per evidenziare, dal punto di vista metodologico, qual è stata la mancanza nella criminologia”.
A entrare nel merito degli elementi della scena del crimine è Bacco, che sottolinea come il punto centrale sia l’analisi tecnica dei dati già disponibili: il problema non è la mancanza di elementi, ma il modo in cui sono stati valutati: “Sono stati sottovalutati, è stato proprio sbagliato l’approccio scientifico”. Il senso del libro, aggiunge Bacco, è proprio quello di cambiare prospettiva. “Noi non raccontiamo Garlasco in sé e per sé. Noi raccontiamo Garlasco da tutt’altro punto di vista: il medico legale, la criminologia e l’aspetto giornalistico profondo. Cerchiamo di dare il giusto senso che, secondo me, la procura attuale gli sta dando: quello della verità o comunque di qualcosa che ci si avvicina molto”.
Torna quindi la parola a Sofia Vidale: “Il primo paragrafo del mio capitolo è il criminal profiling all’inverso, cioè come sia stato attuato questo procedimento che dovrebbe aiutare l’investigatore a restringere il campo di indagine all’opposto”. Il problema però è che qui “parliamo di un killer in quanto autore di un delitto, non di un serial killer, almeno per quello che ne sappiamo. Nel libro affronto anche il paragone con Christopher Porco, il ragazzo americano che ha ucciso i genitori e poi è tornato tranquillamente nel proprio campus universitario”. Il tema è quello dell’overkilling e della necessità di valutare ogni elemento nel contesto: “Com’è possibile che un ragazzo possa aver compiuto un omicidio di questo genere e poi possa essere tornato tranquillamente a fare le proprie cose? Il profilo psicologico va analizzato prendendo in considerazione tutto il contesto della persona: la sua vita, il momento che stava affrontando e il rapporto con la vittima”.
La discussione torna poi sugli sviluppi giudiziari del caso e sugli elementi scientifici emersi nel tempo. A intervenire è ancora Pasquale Bacco, che mette a confronto il percorso processuale di Alberto Stasi con il nuovo impianto accusatorio relativo ad Andrea Sempio. “Noi abbiamo raramente visto situazioni del genere. Ricordiamo addirittura che prima della condanna definitiva c’è anche un procuratore generale che invita a non condannare Alberto Stasi, con una frase che poi è rimasta negli anni: ‘Io non ho le prove che Stasi possa essere colpevole e non le avete neanche voi'”.
Diverso, secondo il medico legale, il quadro attuale. “Arriviamo oggi invece con un impianto accusatorio che è forte. Poi ci sono le telefonate, la chiavetta, le intercettazioni: anche le cosiddette investigazioni classiche iniziano ad avere un peso molto importante”. Ma il punto centrale, conclude Bacco, resta il principio del ragionevole dubbio. “L’idea che abbiamo nel libro è che stavolta il ragionevole dubbio deve essere superato, perché altrimenti le persone non si possono condannare, soprattutto per un omicidio così grave”.
A chiudere il percorso è Sofia Vidale, con una riflessione sul rapporto tra giustizia, storia e opinione pubblica. Per la criminologa, il rischio è che il processo mediatico finisca per sostituirsi alla ricerca della verità. “Noi tutti come popolazione siamo stati molto presenti nella valutazione di questo caso e questo è allarmante. Come avviene nella maggior parte dei casi mediatici, la parte popolare comincia a essere un po’ troppo invadente e nel caso di questo processo si è andati a confluire fino a perdere di vista il fulcro, che è la verità obiettiva, una verità che non deve essere influenzata”.
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