ZAGABRIA (CROAZIA) (ITALPRESS) – L’annosa questione dei prestiti in franchi svizzeri non sembra trovare pace in Croazia, che a distanza di un decennio rimette in discussione le precedenti sentenze e ripropone il tema alla Corte suprema nazionale. Entro il 18 maggio, infatti, la Corte dovrebbe pronunciarsi nuovamente sotto le pressioni delle associazioni di cittadini che hanno contratto in passato prestiti indicizzati al franco svizzero. Una decisione, quella dei magistrati, che pone più di un interrogativo, viste le sentenze già emesse nel corso degli anni, ed in particolare quella del 2020, in cui la stessa Corte aveva stabilito che chi aveva accettato la conversione non avesse diritto a ulteriori indennizzi. Soprattutto, gli interrogativi nascono sul possibile esito della nuova sentenza, che potrebbe rappresentare un allontanamento dalle decisioni già prese da altri Stati membri dell’Unione europea e un avvicinamento a posizioni che hanno già sollevato dubbi tra gli esperti del settore economico e finanziario.
La questione ha radici lontane: in diversi Paesi dell’Ue, ben prima dell’avvento dell’euro, era consuetudine offrire prestiti non solo in valuta locale, ma anche in dollari, yen o franchi svizzeri. Questi ultimi, in particolare, erano celebri per i tassi di interesse sensibilmente più bassi rispetto a euro o dollari e per una storica bassa volatilità. Questi finanziamenti hanno goduto di una popolarità travolgente non solo in Svizzera, ma anche in Francia, Austria, Ungheria, Polonia, Slovenia e Croazia.
Con tassi d’interesse a volte dimezzati rispetto all’euro, molti risparmiatori sono stati attratti dal risparmio immediato. Tuttavia, l’idillio si è spezzato con la crisi finanziaria globale del 2008/2009: il deprezzamento dell’euro rispetto al franco ha fatto impennare le rate mensili, trasformando quelli che erano prestiti ‘convenienti’ in una trappola finanziaria. Per dirimere la questione,
Paesi come Francia e Austria hanno scelto, negli anni passati, la via del rigore giuridico, lasciando che le parti aderissero ai contratti bilaterali sottoscritti. Altri invece, come l’Ungheria di Viktor Orban, hanno intrapreso strade diverse. Budapest ha ad esempio imposto una soluzione tripartita: i costi dell’apprezzamento del franco sono stati suddivisi in parti uguali tra mutuatari, banche e Stato, convertendo il debito in fiorini, la moneta locale. Il percorso croato è stato piuttosto ‘accidentato’, considerando la quantità di volte che è stato riproposto a opinione pubblica e istituzioni giudiziarie.
La prima risposta data in termini cronologici dal governo è stata a dir poco ‘muscolare’: nel 2014 la maggioranza di centrosinistra varò una legge che imponeva alle banche la conversione forzata di tutti i prestiti in franchi svizzeri in euro, con ricalcolo retroattivo a partire dal momento dell’erogazione (avvenuta tra il 2004 e il 2007).
La mossa scaricava in questo modo l’intero rischio di cambio sul settore bancario, e allora si tradusse in una perdita immediata di circa 1,1 miliardi di euro. Dietro questa misura drastica si sarebbe celata l’ombra di Alex Brown, noto spin doctor politico: l’operazione sarebbe stata parte di una strategia populista volta a intercettare, in vista delle elezioni, il consenso dei circa 30.000 titolari di mutui in franchi svizzeri. Il calcolo politico, tuttavia, fallì: l’allora premier Zoran Milanovic perse le elezioni, lasciando allo stesso tempo le banche con un buco miliardario. Il settore bancario, sentendosi leso, reagì avviando degli arbitrati internazionali contro il governo di Zagabria.
La risposta del ministero delle Finanze non si fece attendere, anche con minacce di nuovi prelievi fiscali, mascherate da un presunto ‘gentleman’s agreement’ per evitare ulteriori misure restrittive. L’unica a non arretrare fu a quel tempo la francese Société Générale, che proseguì il contenzioso nonostante la vendita della sua filiale croata a Otp. La sentenza dell’Icsid (il Centro internazionale per il regolamento delle controversie relative ad investimenti, un organismo della Banca mondiale con sede a Washington che funge da tribunale arbitrale tra investitori esteri e Stati) diede infine ragione all’istituto francese, condannando la Croazia a un risarcimento di oltre 20 milioni di euro.
Considerando la limitata esposizione di Société Générale rispetto ad altri colossi presenti nel paese, è stato calcolato che il rischio complessivo per le casse croate, nel caso di perdite arbitrali verso tutti gli attori presenti nel mercato bancario, potrebbe superare il miliardo di euro. Questo è dovuto anche alla peculiarità del sistema bancario croato, che presenta una spina dorsale fatta da una serie di nomi stranieri importanti, che coinvolgono in particolare alcuni ‘vicini di casa’ come Austria e Italia.
Ecco dunque che il paese, che ha fatto il suo ingresso nell’Ue nel 2013, rischia oggi di allontanarsi dalle pratiche della maggior parte degli Stati europei tornando su una questione che sembrava finalmente chiusa. Il tema rischia di aprire interrogativi sul significato stesso dell’essere parte di un insieme politico-economico come l’Unione europea, ed in particolare della sua unione bancaria, ovvero la politica per l’integrazione del settore fra gli Stati membri della zona euro.
L’unione bancaria rappresenta un passo fondamentale verso la realizzazione dell’Unione economica e monetaria dell’Ue e la Croazia vi ha aderito il primo ottobre 2020, prima ancora dell’adozione dell’euro nel 2023. Gli Stati membri che non fanno parte della zona euro, infatti, hanno la possibilità di aderire all’unione bancaria instaurando una stretta collaborazione con la Banca centrale europea (Bce). Ciò consente loro di partecipare ai meccanismi di vigilanza e di risoluzione dell’unione bancaria senza adottare l’euro.
Un altro interrogativo che si pone è sull’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), alla cui adesione Zagabria aspira da anni. La Croazia si è posta l’obiettivo strategico di diventare membro effettivo dell’Ocse entro il 2026 e la candidatura comporta l’adeguamento a elevati standard in aree quali la governance, la fiscalità e la lotta alla corruzione. Il caso dei franchi svizzeri rischia però di diventare un ostacolo di non poco conto, anche alla luce di una domanda che sorge spontanea: quale certezza può offrire un paese, dove, a vent’anni dall’erogazione di un prestito, le istituzioni finanziarie non conoscono ancora il costo finale delle proprie operazioni?
A complicare il quadro sono arrivate in queste settimane anche le speculazioni mediatiche. Secondo il sito 24Sata, il giudice Jadranko Jug potrebbe essere il relatore nella sentenza della Corte suprema. Jug è già oggetto di una richiesta di ricusazione nei casi relativi ai prestiti in franchi svizzeri, precisa l’articolo, poiché suo figlio Boris, in qualità di avvocato, aveva rappresentato i ricorrenti in alcune controversie contro le banche. Si stima a tale proposito un numero di oltre 400 casi per un guadagno, tratto dai servigi legali, pari a circa 1,8 milioni di euro.
La situazione attorno all’attuale vicenda giudiziaria dei franchi svizzeri è aggravata da un vuoto istituzionale: dalla scomparsa del precedente presidente della Corte suprema nel marzo 2025, la Croazia è infatti priva di una guida giudiziaria, a causa dello stallo politico tra il primo ministro, Andrej Plenkovic, e il presidente della Repubblica, Zoran Milanovic (lo stesso che nel 2014, anno delle prime decisioni sui prestiti in franchi svizzeri, era premier).
In questo clima, le associazioni dei consumatori, e in particolare Franak (parola che in croato significa appunto ‘franco’), esercitano forti pressioni mediatiche, lodando i giudici favorevoli ai debitori e attaccando quelli vicini alle posizioni degli istituti di credito. E in questo contesto, la Croazia rischia di ripetere l’errore del passato e cercare una facile presa sull’opinione pubblica, in vista delle prossime elezioni parlamentari previste per fine aprile 2028.
I sondaggi vedono oggi il partito al governo, l’Unione democratica croata (Hdz) del premier Plenkovic, in testa con circa il 34 per cento delle preferenze, seguita dal Partito socialdemocratico di Croazia (Sdp), la forza del presidente Zoran Milanovic, con circa il 25 per cento. Due forze contrapposte, che non riuscirebbero quindi a conquistare, stando ai dati attuali, la maggioranza in parlamento.
Il caso dei prestiti in franchi svizzeri rischia dunque di essere nuovamente trascinato in mezzo alla battaglia politica come improbabile ago della bilancia, lasciando dei seri dubbi sul fatto che si tratti davvero di un approccio europeo ad un problema che coinvolge, e non poco, anche gli investitori europei.
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(ITALPRESS).









