
di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Sei giorni prima delle elezioni, oltre venti tra i principali strateghi di Donald Trump si sono collegati a una riunione riservata. L’atmosfera era funerea. Tony Fabrizio, il sondaggista del presidente, ha domandato se i colleghi preferivano prima la pillola bianca o quella nera. James Blair, responsabile della strategia elettorale, ha scherzato sui preparativi per il disastro. Si è parlato persino di fuga all’estero e di chiedere asilo in Israele. È uno dei retroscena più rivelatori dell’inchiesta pubblicata dal New York Times, firmata da Shane Goldmacher, Jonathan Swan e Maggie Haberman, costruita attraverso oltre 70 interviste a dirigenti repubblicani, funzionari della Casa Bianca, parlamentari e consulenti elettorali.
La conclusione è devastante: Trump e i suoi collaboratori sapevano che stavano andando incontro a una sconfitta storica. La causa principale? La guerra contro l’Iran. Già durante l’estate, documenti riservati mostravano una correlazione diretta tra l’andamento del conflitto e il crollo dei consensi repubblicani. A luglio i democratici avevano dieci punti di vantaggio. Una presentazione interna avvertiva che senza un cessate il fuoco duraturo, la riapertura dello Stretto di Hormuz e la diminuzione del prezzo della benzina, sarebbe stato impossibile salvare la Camera. Trump stesso, prima ancora della chiusura dei seggi, avrebbe chiesto privatamente cosa sarebbe successo alle elezioni se non avesse attaccato l’Iran. Il presidente aveva promesso di non iniziare nuove guerre e di abbassare i prezzi. Ha fatto esattamente il contrario.
Ma il conflitto è soltanto una parte della storia. L’inchiesta descrive un presidente convinto di poter ignorare le normali regole della politica, mentre gli americani soffrivano per inflazione e carburanti costosi. Trump parlava della nuova sala da ballo della Casa Bianca, dei campi da golf e persino di ribattezzare a proprio nome la Reflecting Pool di Washington. Contemporaneamente, le notizie sugli arricchimenti della famiglia presidenziale cominciavano a pesare sull’opinione pubblica.
I democratici collegavano corruzione e costo della vita, mentre la Casa Bianca negava qualsiasi conflitto d’interessi. Un altro errore decisivo è stata la scelta dei candidati. Trump ha favorito figure controverse come Ken Paxton in Texas, costringendo i repubblicani a spendere quasi 300 milioni di dollari per difendere un seggio poi perso con dodici punti di distacco. In South Carolina ha sostenuto Darline Graham, sorella del defunto senatore Lindsey Graham, che è stata sconfitta in uno Stato tradizionalmente repubblicano. Nel frattempo Chuck Schumer ha reclutato candidati competitivi come James Talarico, Roy Cooper e Sherrod Brown, mentre i democratici cercavano veterani, medici, agricoltori e personalità lontane dall’immagine del politico professionista.
Persino l’enorme disponibilità finanziaria repubblicana è stata gestita male. Trump considerava i 400 milioni raccolti dal suo super PAC denaro personale e ha ritardato l’autorizzazione delle spese elettorali. In Alaska, uno spot costato ai democratici 2.700 dollari è arrivato a costarne 30 mila ai repubblicani. Elon Musk aveva già investito oltre 450 milioni per aiutare il partito, senza riuscire a fermare il disastro. L’inchiesta racconta anche il contraccolpo delle operazioni federali sull’immigrazione a Minneapolis, dove due manifestanti sono stati uccisi dagli agenti. Per la prima volta, i democratici avevano conquistato nei sondaggi un vantaggio anche su un tema tradizionalmente favorevole a Trump.
Il risultato finale è una sconfitta repubblicana di proporzioni paragonabili al dopo Watergate. Una settimana prima del voto, durante un’altra riunione privata, Blair aveva riassunto con amara ironia il disastro che si stava preparando: “Ho visto il nemico. Siamo noi”. Tony Fabrizio gli aveva fatto eco, aggiungendo una battuta altrettanto impietosa: “Su parecchi fronti”.
– Foto Ipa Agency –
(ITALPRESS)








