L’Ilva si spegne e illumina il vuoto della politica

di Raffaele Bonanni

ROMA (ITALPRESS) – L’Ilva si spegne. E con essa si illumina, impietoso, il vuoto della politica. La Cassazione ha respinto i ricorsi contro lo stop dell’area a caldo di Taranto. I giudici hanno giudicato sulla base delle prove e delle norme. Era il loro compito. Non era il loro compito inventare una politica industriale che governi, istituzioni e imprese non sono riusciti a costruire.

Da anni conosciamo il dramma: un impianto che ha dato lavoro e acciaio all’Italia, e insieme ferite profonde alla salute e all’ambiente. La tutela della vita non è negoziabile. Ma proprio per questo servivano decisioni tempestive: bonifiche, tecnologie, controlli, investimenti, scadenze verificabili. Non il rinvio perpetuo, non l’attesa che fosse un tribunale a pronunciare l’ultima parola. Taranto rischia di pagare due volte: prima l’inquinamento, poi la perdita del lavoro. E non soltanto Taranto. La crisi investe fornitori, trasformatori, servizi, altri stabilimenti collegati alla siderurgia.

Dietro ogni sigla di cassa integrazione c’è una famiglia; dietro ogni reparto fermo, una competenza che può andare perduta. Gli ammortizzatori sociali sono necessari. Ma non sono un progetto di futuro.

C’è poi una domanda che il dibattito elude: possiamo permetterci di indebolire la produzione nazionale di acciaio? L’Italia è una potenza esportatrice. Nel 2024 ha superato il Giappone nella graduatoria mondiale dell’export di merci. Il Made in Italy non è solo moda e alimentare: è meccanica, cantieristica, impianti, tecnologia. È anche industria della difesa. Senza filiere solide, la competitività diventa una promessa appesa alle forniture altrui.

Importare acciaio non significa necessariamente pagarlo sempre di più. Significa però esporsi a prezzi instabili, interruzioni, crisi geopolitiche e dipendenze delicate, per produzioni strategiche.

Non tutto l’acciaio è uguale; proprio per questo occorre decidere quali capacità industriali salvaguardare, come riconvertirle e con quali garanzie ambientali. Questa è politica. Il resto è rumore. E il tempo perduto non torna: presenta il conto ai lavoratori, alle imprese e ai cittadini.

Invece abbiamo assistito a un interminabile corteo di dichiarazioni, proteste, annunci e scaricabarile. Tutti pronti a difendere un principio, pochi disposti a tenere insieme i principi e a rispondere delle conseguenze. La magistratura ha emesso una sentenza. La politica avrebbe dovuto evitare che la sentenza diventasse l’unico orizzonte.

Non serve scegliere tra salute e lavoro: serve rendere possibile l’una senza distruggere l’altro. E se una strada non è più praticabile, bisogna indicarne un’altra, con risorse, tempi e responsabilità. Non basta promettere un domani mentre si finanzia l’attesa.

L’ex Ilva è più di una crisi industriale. È lo specchio di un Paese che sa indignarsi, ma fatica a decidere; sa manifestare, ma non sempre governare. Per difendere benessere, sicurezza e dignità del lavoro servono meno urla e più responsabilità. Prima delle sentenze. Non dopo.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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