Perché il capo della Cia è andato a Mosca, nuvole nere all’orizzonte

 di Vincenzo Petrone (*)

ROMA (ITALPRESS) – Il massimo responsabile della CIA, John Ratcliffe è andato a Mosca la settimana scorsa per qualche ora. Non ha incontrato Putin. Il più autorevole protagonista del momento nella politica estera dell’Amministrazione Trump ha viaggiato fino a Mosca in un C17A, un grosso velivolo dell’Aeronautica Militare che ha fatto scalo a Riga, in Lettonia. In tutta evidenza, gli Stati Uniti volevano che si sapesse del viaggio di Ratcliffe, ma non hanno comunicato nulla in materia né sul piano ufficiale né su quello ufficioso. Non ce n’era bisogno. Il volo è stato tracciato da Flightradar24, un’App aperta.

E a visita già conclusa, ne ha fatto stato anche il portavoce del Cremlino, un abbottonatissimo Peskov, in risposta ad un giornalista. I Capi dei Servizi Segreti e non solo quelli americani, quando non vogliono essere notati, evitano di viaggiare in un grande aeroplano grigio della propria Difesa. Se poi addirittura vanno in Russia, un Paese in guerra, non partono da una base militare e non fanno scalo in aeroporti di Paesi ubicati in aree critiche, sotto osservazione da parte dei satelliti di mezzo mondo. In questo caso, il C17A ha fatto scalo a Riga dove non ha fatto refueling neanche per finta, perché non ne aveva bisogno. Lo stop over era un messaggio politico. La capitale della Lettonia, Paese del fronte NATO sul Baltico, si trova infatti a soli 500 km da Kaliningrad, enclave russa schiacciata tra Polonia e Lituania.

Nella enclave fa scalo la flotta russa del Baltico, sono ospitati alcuni reparti di forze speciali russe e vi è immagazzinato un centinaio di ordigni nucleari. Una coincidenza molto eloquente è che solo poche ore prima del viaggio di Ratcliffe, la Nato aveva realizzato sullo stesso braccio del Mar Baltico una importante esercitazione, la ‘Baltic Thunder’. Non programmata: sottolineo, non programmata, con 50 dei più avanzati sistemi aerei da ricognizione e da combattimento di cui la NATO dispone. L’Italia vi ha preso parte, sulle acque della Lituania, con gli Eurofighters del 36mo Stormo.

Per capirci: il Governo americano non soltanto non ha nascosto la visita a Mosca del Capo della CIA, non soltanto l’ha realizzata subito dopo l’esercitazione NATO, ma le ha voluto dare la fisionomia anche ritualistica di una missione importante, che per molti versi fa venire in mente, con sinistri riflessi, il crescendo di divulgazione di intelligence orchestrato dall’Amministrazione Biden nei giorni che hanno preceduto l’invasione russa dell’Ucraina, nel febbraio del 2022.

La grande maggioranza dei media italiani ha dato ben poco risalto alla notizia della missione di Ratcliffe, inquadrandola nelle iniziative americane per un cessate il fuoco in Ucraina. Secondo i commentatori italiani, Ratcliffe avrebbe raccolto il testimone della trattativa russo-ucraina dagli eterei emissari personali di Trump, ossia suo genero Jared Kushner e l’immobiliarista Steve Witkoff, entrambi soci in affari del Presidente.

Può darsi benissimo che anche l’Ucraina e il cessate il fuoco siano stati parte dell’agenda di Ratcliffe. Ma è di gran lunga più probabile che questo improvviso viaggio trovi origine in primo luogo nell’allarme americano per il moltiplicarsi degli episodi di guerra ibrida dei quali gli apparati di Putin si sono resi protagonisti nelle ultime settimane. Una escalation che porterebbe ad attendersi a breve scadenza un intervento militare russo in un Paese NATO. Come accadde per l’Ucraina nel 2022, Putin sta probabilmente ricevendo dai suoi Servizi Segreti e dai suoi vertici militari, valutazioni sbagliate circa la risolutezza con cui la NATO risponderebbe a un possibile intervento russo sul fronte dei Paesi baltici. In questa prospettiva, la visita di Ratcliffe sarebbe una buona notizia per 2 ragioni: la prima è che quando spie e diplomatici si parlano, in genere ma non sempre, lo fanno per evitare che parlino le armi. La seconda ragione, è che nonostante le sue rimuginazioni di amicizia per Putin e di simmetrica inimicizia per l’Europa, l’America di Trump sembra disposta a spiegare al dittatore russo che la NATO ed i suoi Paesi sono inviolabili e risponderebbero con le armi a qualunque provocazione intesa a dividere l’Alleanza.

Anche il più distratto lettore di giornale, forse persino i portavoce ufficiosi, politici e mediatici, di Putin in Italia, devono aver registrato la serie di preoccupate e ponderate dichiarazioni che negli ultimi due mesi sono arrivate dai Capi di Stato Maggiore di Francia, Germania e Gran Bretagna e dal Capo del Comitato Militare della NATO, circa la consistente probabilità che la Russia tenti presto, probabilmente già quest’anno, un colpo di mano in uno dei 3 Paesi baltici o in Polonia. L’aspettativa di queste personalità, tutti militari appartenenti a Paesi indiscutibilmente democratici, non è che Mosca stia preparando una operazione militare su larga scala bensì che effettui un intervento puntuale, ma sufficientemente significativo in Paese NATO.

L’intento sarebbe dimostrare che l’Art 5 del Trattato NATO sulla mutua difesa tra gli alleati non trova più a Washington, alla Casa Bianca, un Presidente disposto ad autorizzare una adeguata reazione militare ed operativa dell’Alleanza. Il pericolo che Putin possa tentare un colpo di mano è determinato da una serie di fattori obbiettivi. Il primo è che Putin non riesce a prevalere in Ucraina. Gli attacchi sulle infrastrutture energetiche russe stanno facendo sgretolare l’economia, le sanzioni mordono sempre più a fondo e la capacità dello Stato russo di finanziare i costi della ‘operazione speciale’ si riduce di giorno in giorno.

Putin ha bisogno di aprire un diversivo strategicamente rilevante sul fronte occidentale per imporre agli europei la cessazione dell’invio di armi e denaro a Kiev. Difficile dire se sarà un attacco con droni del genere ‘false flag’, possibilmente ucraini, che verrebbero di proposito dirottati elettronicamente, verso obbiettivi in Polonia o Romania.

Oppure una rapida e breve incursione terrestre in Estonia con ‘omini verdi’, come quelli già visti in Georgia ed altrove, ossia truppe speciali russe senza insegne. O magari un massiccio cyberattack a infrastrutture vitali di un Paese NATO: ferrovie, reti elettriche, sistemi internet, ospedali. Si ipotizza un intervento russo con una duplice caratteristica: che sia sufficientemente importante perché il Paese colpito si consideri attaccato in suoi interessi esistenziali. E che sia contenuto sul piano dimensionale, in modo da permettere agli Stati Uniti di Trump e magari anche agli alleati più deboli in questo momento, come l’Italia o la Francia, di derubricarlo a incidente non voluto, gestibile sul piano diplomatico senza ricorrere all’art 5 del Trattato del Nord Atlantico che prescrive la difesa collettiva nel caso di un attacco ad uno dei Paesi membri della NATO.

L’obbiettivo politico, detto altrimenti, è divaricare l’America dall’Europa ed in particolare dai Baltici e dalla Polonia, in presenza di una minaccia russa. Il drone carico di esplosivo trovato in Germania sotto un aereo da trasporto in fase di carico all’aeroporto militare di Leipzig-Halle.

Non deflagrato solo per il malfunzionamento dell’innesco, poteva causare numerose vittime. Gli incendi negli impianti di produzione di componentistica militare in Bulgaria e in Italia, a Colleferro. Di quest’ultimo il nostro Governo ha curiosamente parlato ben poco. La bomba incendiaria nella fabbrica di robot Milrem Robotics in Estonia.

I due cittadini russi muniti di apparecchi ricetrasmittenti, arrestati pochi giorni fa in Svezia, a poche decine di metri dalla villa dell’Amministratore Delegato della SAAB. I tunnel scavati sotto il confine tra Bielorussia, Estonia, Lettonia e Polonia per l’esportazione di migranti illegali verso quei 3 Paesi NATO.

I militari bielorussi pattugliano quei confini metro per metro e mai autorizzerebbero quei tunnel senza il benestare del Cremlino. In Gran Bretagna, il Paese europeo più determinato sostenitore dell’Ucraina nonostante l’alternarsi di 5 Primi Ministri, gli omicidi di rifugiati russi, gli attacchi cyber e gli incendi dolosi a infrastrutture strategiche sono innumerevoli. E l’MI6 se ne aspetta altri dopo la visita a Kiev nei giorni scorsi del nuovo Primo Ministro Laburista Burnham. Ma un eventuale intervento militare in piena regola magari camuffato, può partire dalla enclave di Kaliningrad. Oppure dal corridoio Suwalki, largo soltanto 65 km, incastrato tra Polonia e Lituania e confinante con l’enclave russa di Kaliningrad e con la Bielorussia di Lukashenko, fedelissimo alleato di Putin, al cui appoggio deve la permanenza al potere.

Suwalki è l’unico passaggio che unisce i 3 Paesi baltici con il resto dei Paesi NATO. Se i russi riuscissero a chiuderlo, Lettonia, Lituania ed Estonia non sarebbero in grado di ricevere aiuti militari via terra. E poi ci sono le Svalbard svedesi che hanno ricevuto ripetute visite di sommergibili nucleari russi nelle proprie acque territoriali.

Nei suoi incontri a Mosca, il Capo della CIA Ratcliffe deve aver notificato alle sue controparti russe che così come accadde tra la fine del 2021 e febbraio 2022 in Ucraina, all’intelligence americana non sfugge nulla di quanto Putin sta preparando come opzioni per un attacco ai Paesi NATO. In Ucraina il dittatore russo è bloccato in una traiettoria di sconfitta strategica e politica.

Se l’Europa continua ad armare e a finanziare l’Ucraina, la guerra diverrà presto insostenibile per la Russia e per la permanenza al potere dello stesso Putin. Prima che questo accada, l’ultimo tentativo che gli resta è quello di spaventare l’Europa con un attacco diretto affinché il sostegno all’Ucraina venga interrotto.

Il calcolo di Putin sul timing del suo intervento in Europa sicuramente è influenzato da un altro fattore: la velocità, imprevedibile solo pochi anni fa, del riarmo di due Paesi chiave dello schieramento NATO. Entro la fine del decennio, la Germania spenderà per la propria difesa 170-180 miliardi all’anno. La Polonia investirà 52-55 miliardi. Cifre insostenibili per una Russia il cui prodotto interno lordo è inferiore a quello dell’Italia.

L’altro calcolo che influirà sul timing di Putin è che gli Stati Uniti sono impelagati nella palude della guerra nel Golfo Persico dal cui esito dipende il ormai il corso della politica interna americana e di Trump personalmente.

Il problema è che Putin difficilmente si adeguerà al messaggio dissuasivo che Ratcliffe ha personalmente recapitato a Mosca. I precedenti storici dicono tutt’altro. Nei primissimi giorni di novembre del 2021, un illustre predecessore di Ratcliffe a capo della CIA, William Burns, andò a Mosca per spiegare di persona a Putin che l’intelligence americana sapeva, aveva le prove, che la Russia stava preparando l’invasione dell’Ucraina.

Burns era un diplomatico di cappa e spada, era stato Ambasciatore a Mosca, conosceva Putin personalmente e parlava il russo perfettamente. Quindi gli equivoci erano impossibili. Putin negò rotondamente di voler invadere l’Ucraina.

Il Presidente Trump, solo poche settimane fa ha dichiarato dall’Oval Office che Putin gli ha garantito personalmente che finché lui è alla Casa Bianca la Russia non attaccherà un Paese NATO. La cosa più curiosa è che il Presidente degli Stati Uniti ha affermato con una espressione seria negli occhi, di credergli davvero perché è un buon amico suo. Se Trump ha ragione, la CIA sta abbaiando alla luna. Se invece avesse torto avremmo presto un problema. Alle nuvole nere farebbe seguito una tempesta che neanche i portavoce di Putin in Italia potrebbero ignorare.

*Ambasciatore A. R

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

 

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