Il lavoro nel futuro dipenderà dal coraggio delle riforme

di Raffaele Bonanni

ROMA (ITALPRESS) – I significativi applausi riservati a Giorgia Meloni dal congresso della Uil, non sono stati un semplice gesto di cortesia istituzionale. Ha segnato un fatto politico. La platea ha condiviso un’impostazione fondata su detassazione del salario di produttività, riduzione del peso fiscale sul lavoro dipendente, promozione del lavoro regolare e inasprimento delle sanzioni per le imprese che violano le norme sulla sicurezza.

Se a questo si aggiunge il giudizio positivo espresso dalla Cisl, appare evidente quanto una parte della sinistra continui a leggere il mondo del lavoro con categorie che la realtà ha ormai superato, ponendosi obiettivi assai distanti per insufficienza di pragmatismo e predisposizione a ideologismi di altre epoche.

Il punto decisivo è un altro. L’economia mondiale è entrata in una fase completamente nuova. Guerre, instabilità commerciale, competizione sulle tecnologie strategiche, crisi energetiche e intelligenza artificiale stanno ridisegnando gli equilibri economici e politici. Oggi salari, occupazione e welfare non dipendono soltanto dai contratti, ma dalla capacità di un Paese di produrre innovazione, energia competitiva, investimenti e produttività.

È proprio qui che l’Italia paga il prezzo dei ritardi accumulati. La Banca d’Italia e l’Ocse ricordano da anni che i salari reali sono rimasti pressoché fermi perché è rimasta ferma la produttività. L’inflazione ha aggravato il problema, ma non lo ha creato.

La causa sta nelle riforme mancate, nella scarsa crescita degli investimenti e nella rinuncia ad affrontare i nodi strutturali dello sviluppo. Per troppo tempo una parte della politica e delle organizzazioni sociali ha preferito inseguire bonus, sussidi e redistribuzione invece di rafforzare scuola, formazione tecnica, ricerca, infrastrutture, politica industriale ed energia. Lo stesso rifiuto ideologico del nucleare continua ancora oggi a pesare sulla competitività delle imprese e sul potere d’acquisto delle famiglie.

La nuova competizione globale non concede scorciatoie. Le grandi potenze utilizzano energia, materie prime, finanza, tecnologie e perfino l’informazione come strumenti di pressione geopolitica. Anche l’Europa è sottoposta a continui tentativi di destabilizzazione. In questo scenario, un Paese che non cresce economicamente diventa inevitabilmente più fragile anche sul piano democratico.

La vera politica del lavoro consiste allora nel creare le condizioni perché imprese e lavoratori producano più valore: salari legati alla produttività, fiscalità favorevole al lavoro, sicurezza rigorosa, innovazione, conti pubblici responsabili e pieno rispetto dei contribuenti. È questo il terreno sul quale misurare governi, sindacati e imprese.

Inoltre l’Italia dispone di risorse straordinarie e non può affrontare da sola una competizione di dimensioni continentali senza lo sviluppo della Unione in una Federazione continentale. Il lavoro del futuro non si difenderà con le nostalgie ideologiche, ma con il coraggio delle riforme che il tempo presente impone.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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