È morto Joseph LaPalombara, il prof di Yale che spiegò l’Italia all’America

di Stefano Vaccara

NEW YORK (ITALPRESS) – E’ morto a 101 anni Joseph LaPalombara. Non è stato soltanto uno dei più grandi politologi americani del Novecento. È stato, per chi ha cercato di capire davvero il rapporto tra Stati Uniti e Italia, un ponte vivente tra due mondi: l’America in cui era nato e cresciuto, e l’Italia dei suoi nonni, che studiò, amò, criticò e spiegò con una libertà intellettuale rara.

Figlio di immigrati italiani venuti dall”Abruzzo, cresciuto nella Little Italy di Chicago, LaPalombara arrivò alla più alta accademia americana senza mai perdere il gusto concreto della vita e della politica reale. Professore a Yale, dove insegnò per oltre mezzo secolo, fu il più eminente studioso americano della politica italiana. Il suo libro “Democracy, Italian Style” rimane ancora oggi una delle interpretazioni più originali, intelligenti e anticonformiste della democrazia italiana: un Paese apparentemente sempre sull’orlo del precipizio, ma capace di sopravvivere, adattarsi, reinventarsi. Io ebbi la fortuna di conoscerlo bene. Non solo come studioso, ma come uomo.

Presentò il mio libro su Carlos Marcello alla Casa Italiana della NYU, e poi mi accompagnò, con il suo amico Stanton Burnett, anche a Yale, dove fui invitato a discuterne davanti a un gruppo di professori emeriti che mi fecero domande tra le più acute che abbia mai ricevuto. Forse non era un caso che LaPalombara fosse così incuriosito dal mio lavoro su Marcello e sul delitto Kennedy: da giovane aveva partecipato alla stagione politica di Robert Kennedy, prima nella corsa al Senato e poi in quella, tragicamente interrotta, verso la Casa Bianca.

LaPalombara lo conobbi appena arrivato negli USA e con lui realizzai molte interviste sulla politica italiana e americana. Una delle più forti fu pubblicata dal Foglio: in quell’occasione raccontò della lettera ricevuta da Gabriele Cagliari, presidente dell’ENI incarcerato durante Mani Pulite, spedita dal carcere il giorno prima della morte. La lettera gli arrivò a Yale dopo che Cagliari era stato trovato morto in cella, soffocato con un sacchetto di plastica in testa. Ma in quelle righe, mi raccontò LaPalombara, Cagliari non appariva come un uomo deciso a togliersi la vita: parlava invece di futuro, di conferenze, di cose ancora da fare. Era uno di quei dettagli che, nel modo in cui LaPalombara li raccontava, diventavano immediatamente storia politica, memoria civile, interrogativo morale. Era severo con l’Italia, ma mai sprezzante. La conosceva troppo bene per liquidarla con i luoghi comuni. Aveva studiato i partiti, i gruppi di interesse, la burocrazia, la magistratura, la Democrazia Cristiana, il comunismo italiano, Andreotti, il rapporto con Washington. Era stato borsista Fulbright in Italia, poi anche diplomatico all’Ambasciata americana a Roma. Servì il suo Paese, l’America, proprio attraverso la conoscenza profonda del Paese da cui veniva la sua famiglia.

Negli ultimi anni scrisse anche per La Voce di New York, il giornale che avevo fondato e che con generosità diede subito il prestigio della sua firma. Lo fece con la stessa energia polemica e lucidità che lo avevano reso famoso. Scrisse su Trump, su Renzi, su Mattarella, su Andreotti, su Putin, su Biden, firmò i profili di famosi colleghi scomparsi, come Giovanni Sartori e Alberto Alesina. Ogni volta portava nel giornalismo la disciplina dello scienziato politico e nella scienza politica il gusto vivo del giornalismo: la capacità di prendere posizione, di vedere ciò che altri non vedevano, di smontare le illusioni del momento. Ma chi lo ha conosciuto ricorderà anche altro: l’amore per la cucina italiana, per i ristoranti dove si poteva ancora parlare a lungo, per i sapori che gli ricordavano l’Italia anche quando era in America. LaPalombara rappresentava un tipo di italoamericano colto, cosmopolita, profondamente americano e insieme intimamente legato alla civiltà italiana. Non un nostalgico, ma un interprete. Non un uomo sospeso tra due identità, ma una persona che aveva trasformato quella doppia appartenenza in una forza intellettuale.

Joseph LaPalombara ci lascia a 101 anni con in eredità soprattutto un metodo: guardare l’Italia senza provincialismo e l’America senza ingenuità. Capire che la democrazia non è mai una formula astratta, ma un organismo storico, pieno di difetti, contraddizioni, passioni e capacità inattese di resistenza. Per me se ne va anche un amico, un maestro generoso, un interlocutore prezioso. Uno di quegli uomini che non si limitano a spiegare la politica: aiutano a capire perché la politica, quando è studiata seriamente, è sempre anche una forma di conoscenza dell’uomo.

– Foto xo9/Italpress –
(ITALPRESS).

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