Portolano “Chiusura Hormuz, Bal El-Mandeb e Suez provocherebbe una crisi sistemica”

ROMA (ITALPRESS) – Più che l’andamento delle singole missioni internazionali, è stata la vulnerabilità dell’architettura strategica che collega il Golfo Persico al Mediterraneo a dominare l’audizione del capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, davanti alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato. Nel delineare il quadro di sicurezza entro cui si colloca la delibera sulle missioni per il 2026, il vertice militare ha descritto un sistema sempre più interconnesso nel quale le crisi regionali producono effetti immediati sugli interessi nazionali, facendo del Mediterraneo allargato il principale spazio di convergenza tra sicurezza italiana ed europea.

La preoccupazione maggiore riguarda la crescente esposizione delle linee di comunicazione marittime. Se Hormuz continua a rappresentare uno dei punti più delicati dell’economia mondiale, il generale ha sottolineato come il rischio non si esaurisca nello stretto persiano. “Il problema non riguarda soltanto Hormuz”, ha osservato, richiamando l’attenzione sugli altri due choke points di Bab el-Mandeb e del Canale di Suez. La loro eventuale interdizione, anche non simultanea, “determinerebbe una crisi sistemica che colpirebbe l’economia e le catene della logistica globali, penalizzando in particolar modo l’Italia e gli altri Paesi rivieraschi del Mediterraneo”. Un’eventualità che, secondo Portolano, produrrebbe conseguenze ben più ampie degli shock energetici che accompagnarono le guerre del Golfo.

L’analisi del capo della Difesa va oltre la dimensione strettamente energetica. Attraverso Bab el-Mandeb transitano infatti quasi il 15% del commercio marittimo mondiale e circa il 10% dei flussi energetici globali, mentre il Canale di Suez assorbe il 40% dell’interscambio commerciale italiano. A ciò si aggiunge la presenza, sui fondali del Mar Rosso, di quindici delle principali dorsali del traffico digitale globale, elemento che rende la regione un crocevia strategico anche per la sicurezza delle infrastrutture critiche.

In questo contesto, l’Italia ha già predisposto un contributo militare per eventuali attività di sminamento nello Stretto di Hormuz, ma ogni decisione resta subordinata al raggiungimento di un accordo politico e all’autorizzazione del Parlamento. “Noi siamo pronti, ma a seguito dell’endorsement del Parlamento. Finché non ci sarà il passaggio parlamentare, la missione rimane potenziale sulla carta”, ha precisato Portolano. L’ipotesi allo studio prevede l’impiego di due cacciamine già preposizionati a Gibuti, affiancati da una unità di scorta e da una nave di supporto logistico. Dal punto di vista operativo, il generale ha insistito sulla necessità di inserire l’eventuale missione all’interno dell’architettura già esistente, assicurando “un forte coordinamento” con le operazioni europee Atalanta e Aspides e con la componente italiana schierata nei Paesi del Golfo.

L’audizione ha inoltre evidenziato la crescente compressione delle distanze strategiche. Gli eventi che hanno interessato le basi britanniche di Cipro e quella statunitense di Incirlik, in Turchia, dimostrano, secondo il capo di Stato Maggiore della Difesa, che “si è fortemente ridotta la distanza geografica tra il luogo in cui si sviluppa una crisi e le aree in cui si manifestano i suoi effetti”. È una constatazione che porta con sé una conseguenza precisa: la necessità di mantenere una presenza credibile e flessibile nei quadranti da cui possono originare pressioni capaci di incidere sulla sicurezza nazionale.

Particolarmente significativa è anche la rilettura del Sahel, che Portolano considera non più una lontana profondità strategica del fianco meridionale della NATO, ma una vera frontiera avanzata della sicurezza europea. Da qui la scelta di mantenere una presenza qualificata in Niger e di rafforzare la cooperazione con i Paesi africani attraverso una nuova missione bilaterale in Somalia, richiesta dalle autorità di Mogadiscio e finalizzata allo sviluppo di capacità autonome nei settori della sicurezza, della cyber defence e della consapevolezza situazionale.

Sul versante balcanico, il generale ha invitato alla prudenza rispetto alle ipotesi di riduzione della presenza della KFOR in Kosovo. La stabilità dell’area, ha osservato, continua a poggiare su equilibri fragili e una diminuzione prematura del dispositivo internazionale rischierebbe di favorire nuove tensioni e di aprire spazi all’influenza di attori esterni, in particolare della Russia. Proprio per questo, d’intesa con il ministro Guido Crosetto, Portolano ha investito della questione il nuovo comandante supremo alleato in Europa, generale Alexus Grynkewich.

Accanto agli aspetti operativi, il capo della Difesa ha richiamato l’attenzione sul nodo delle risorse. A fronte di un fabbisogno stimato in circa 1,8 miliardi di euro, le disponibilità effettive per il 2026 ammontano a 1,39 miliardi, con una riduzione di circa 89 milioni rispetto all’anno precedente. Una condizione che, unita al persistente sottofinanziamento del settore esercizio, continua a incidere sull’efficienza dei mezzi, sugli standard di sicurezza, sul livello addestrativo e sulla sostenibilità complessiva dello strumento militare.

La delibera missioni autorizza la partecipazione italiana a quaranta operazioni internazionali con una consistenza media di 7.459 militari e un contingente massimo di 11.642 unità. Numeri che, tuttavia, non riflettono l’intero sforzo sostenuto dalla Difesa. Considerando i cicli di approntamento, impiego, sostegno e rigenerazione, il personale coinvolto supera infatti le 22 mila unità. Una realtà che, nella visione del generale Portolano, impone uno strumento militare agile, adattivo e capace di anticipare le crisi più che limitarsi a subirne gli effetti, in un contesto nel quale la sicurezza dell’Italia coincide sempre più con quella del Mediterraneo allargato.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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