Il consenso fiscale non nasce dalla forza, ma dalla credibilità dello Stato

 di Raffaele Bonanni

ROMA (ITALPRESS) – Ogni Stato democratico e liberale si fonda su un principio tanto semplice quanto decisivo: il cittadino ha il dovere di contribuire alle spese pubbliche attraverso il pagamento delle imposte e lo Stato ha il dovere di amministrare quelle risorse con equilibrio, responsabilità e trasparenza. È questo il nucleo del patto che lega istituzioni e cittadini. Quando uno dei due contraenti viene meno ai propri obblighi, la fiducia si indebolisce e la convivenza civile perde solidità. Anche il celebre richiamo evangelico – “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” – va letto dentro questa cornice. Non è l’affermazione di un potere fiscale senza limiti. Al contrario, riconosce la legittimità del contributo richiesto alla comunità organizzata, ma stabilisce anche che il potere pubblico non può pretendere tutto.

Il prelievo fiscale trova la propria giustificazione soltanto se orientato al bene comune e accompagnato da una gestione corretta delle risorse raccolte. È proprio alla luce di questi principi che occorre guardare alle contraddizioni italiane.

 La prima riguarda il livello del prelievo fiscale. In un Paese dove la pressione tributaria supera il 42 per cento del Pil, appare difficile sostenere che il problema principale sia la scarsità delle entrate. Ancora più significativo è il fatto che una quota relativamente ridotta di contribuenti sostiene gran parte del gettito Irpef. Prima di ipotizzare nuove imposte, comprese forme di patrimoniale periodicamente riproposte nel dibattito pubblico, sarebbe necessario spiegare perché le risorse già disponibili non risultino sufficienti.

La seconda contraddizione riguarda il rapporto tra quanto si versa e quanto si riceve. I cittadini continuano a contribuire in misura crescente, mentre la qualità di molti servizi pubblici mostra evidenti segni di deterioramento.

Le liste d’attesa nella sanità si allungano, le prestazioni diminuiscono e le difficoltà organizzative aumentano. Eppure, di fronte agli squilibri di bilancio, la risposta prevalente continua a essere l’aumento della pressione fiscale piuttosto che una seria revisione della spesa.

La terza contraddizione riguarda la cultura politica che negli ultimi decenni ha privilegiato la redistribuzione rispetto alla creazione della ricchezza. Nessuna redistribuzione è possibile senza crescita economica.

Trascurare investimenti strategici in istruzione, ricerca, innovazione, infrastrutture ed energia significa indebolire proprio le basi che consentono allo Stato di finanziare il welfare e promuovere la coesione sociale. Infine, pesa il progressivo ampliamento di apparati, enti, strutture e livelli decisionali spesso sovrapposti.

Il regionalismo avrebbe dovuto avvicinare le istituzioni ai cittadini; troppo spesso ha prodotto duplicazioni, conflitti di competenze e maggiori costi senza benefici proporzionati. Per queste ragioni il vero problema italiano non sembra essere l’insufficienza del gettito, ma la difficoltà di trasformare le risorse raccolte in sviluppo, efficienza e servizi. In una democrazia liberale il consenso fiscale non nasce dalla forza dello Stato, ma dalla credibilità delle sue istituzioni.

I cittadini continueranno a dare a Cesare ciò che è di Cesare se Cesare dimostrerà, con i fatti, di amministrare con responsabilità ciò che riceve. 

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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