Folla commossa a Padova per l’ultimo saluto ad Alex Zanardi, sull’altare la sua handbike

PADOVA (ITALPRESS) – Chiesa gremita in ogni ordine di posto per la cerimonia funebre di Alex Zanardi nella Basilica di Santa Giustina a Padova. Migliaia di persone presenti anche all’esterno per rendere omaggio al campione, all’interno le massime autorità civili, militari e sportive. Decine di atleti paralimpici hanno accompagnato il feretro lungo la navata, tra cui i compagni del team Obiettivo 3, il progetto fondato dallo stesso Zanardi per avvicinare le persone con disabilità allo sport agonistico.

Sui gradini del presbiterio, in posizione centrale e visibile a tutti i fedeli, è stata collocata la handbike di Alex, simbolo della sua rinascita sportiva e della forza con cui ha affrontato le avversità della vita. A celebrare la funzione don Marco Pozza, cappellano del carcere “Due Palazzi” e amico personale del pilota.

La bara bianca è entrata in chiesa accompagnata da una commovente scorta di carrozzine e atleti paralimpici, in un silenzio carico di emozione. Tra i primi banchi presenti il ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi, ma anche Giovanni Malagò, Luca Pancalli, Luca Zaia, Bebe Vio, Alberto Tomba, insieme a tante altre autorità del mondo sportivo e istituzionale.

DON POZZA “UOMO DI CONGIUNTIVO IN UN MONDO CHE AMA L’INDICATIVO”

A celebrare la funzione don Marco Pozza, cappellano del carcere “Due Palazzi” e amico personale del pilota, che ha aperto l’omelia ripercorrendo le origini di Zanardi attraverso le sue stesse parole. “L’inizio di questa storia è semplicissimo”, ha esordito il sacerdote citando il campione. “Sono nato come figlio di un saggissimo idraulico, di una madre casalinga che la sera, per arrotondare lo stipendio, faceva le asole alle camicie. Tante volte mi alzavo nel cuore della notte e vedevo una luce accesa: era mamma che lavorava”. Da quelle radici umili, ha ricordato don Pozza, nacque il sogno apparentemente impossibile di diventare pilota di Formula 1. “Eppure bisognava provarci. Ogni cosa, anche la più incredibile, è originata da un tentativo che è sempre e soltanto un osare. Il primo passo è decidere dove vogliamo andare. Poi, lungo il cammino, le cose accadono”.

Il cappellano ha quindi letto la lettera che Papa Francesco inviò a Zanardi nel giugno 2020, dopo il secondo grave incidente: “Carissimo Alessandro, la tua storia è un esempio di come riuscire a ripartire dopo uno stop improvviso. Ci hai insegnato a vivere la vita da protagonisti, facendo della disabilità una lezione di umanità. Grazie, Alessandro, per aver dato forza a chi l’aveva perduta”. “A quest’uomo, prima che alla divinità – ha concluso don Pozza rivolgendosi ai fedeli – arrivino stamattina i nostri inni più alti della liturgia cristiana. Sono dei grazie per il bene tantissimo che è stato inventato e seminato. Sono le scuse per quello che si sarebbe potuto fare e non siamo riusciti a fare. Perché con Dio nulla di tutto ciò che è stato va perduto”.

Un passaggio dell’omelia è stato dedicato all’amore del campione per la lingua italiana e in particolare per il modo congiuntivo. “Quando Alex parlava, avvertivi tutto l’orgoglio di essere figlio di una lingua, l’italiano, che unica al mondo possiede il congiuntivo nel suo Dna”, ha sottolineato il cappellano del carcere “Due Palazzi”. “L’indicativo lo sanno usare tutti: è il mondo della certezza, della sicurezza, delle alte luci. Il congiuntivo è un’altra porta aperta: ‘E se questa non fosse l’unica versione possibile?'”. Il sacerdote ha tracciato un parallelo con il modo di vivere del campione: “Tutti sanno tutto, sono rimasti in pochi a chiedere perché. Alex aveva la curiosità di un bambino. Se la sua storia fosse stata una casa, non avrebbe giurato di sapere cosa c’è in fondo al corridoio. Questo è vivere all’indicativo. Lui invece viveva come se tutto fosse un appuntamento al buio, un’improvvisata”. E ha concluso con una distinzione tagliente: “Vedete la differenza oggi? Chi ama l’indicativo oggi piange l’atleta. Chi ha il coraggio di osare il congiuntivo oggi rimpiange l’uomo e gli dice grazie”.

“Nessuno dica: vabbè, ma lui era Zanardi”, ha aggiunto richiamando la parabola dei talenti del Vangelo per spiegare la grandezza umana del campione. “Alex come tutti ha avuto dei talenti, non per tutti uguali. La differenza non la fa il numero, ma quella legge dello spirito che Pietro Mennea tradusse limpidamente quando disse: ho ricevuto in dono il talento, ma mi riconosco il merito di non essermi addormentato sopra quel talento. Questa per me è la pagina del Vangelo secondo Alex”. Il sacerdote ha poi immaginato il dialogo finale tra Zanardi e Dio: “Mi sono immaginato il mio Dio che incrocia lo sguardo di Alex e gli dice: vieni, buono e fedele, entra nel calice della gioia del tuo padrone. Perché io ero in fondo, e tu non solo sei venuto a trovarmi, mi hai addirittura regalato la tua clinica mobile per aiutarmi a rialzarmi”. E ha concluso con un’immagine destinata a restare: “Mi dispiace, sorella morte, pensavi di averlo vinto, ma Alex stavolta ha fatto lui i conti, ha vinto lui. Si è preso il corpo, ma l’anima gli è sfuggita in un colpo di sorpasso, è andata a infilarsi ovunque, dentro la carne e le storie di tanti ragazzi”.

IL FIGLIO NICCOLO’ “VI RACCONTO L’ALEX DI CASA, SEMPRE COL SORRISO”

Vi racconto un piccolo aspetto dell’Alex di casa. Non dell’Alex che vince le Paralimpiadi, i mondiali, o che va in giro a ispirare le persone, ma l’Alex che si fa il caffè, che il sabato sera impasta la pizza”. Così Niccolò Zanardi, figlio di Alex, quando ha preso la parola durante la cerimonia funebre. Con tono affettuoso e a tratti sorridente, il giovane ha descritto le scene più quotidiane: “L’Alex che entra in casa con due occhiali da vista che a momenti sembrano un telescopio della Nasa, telefono ad almeno cinque metri dal viso, distanza di sicurezza. E che ti guarda e dice: ascolta, leggimi un attimo questo foglio dello spid che non ci capisco niente. Perché c’è anche quell’Alex lì”. Da quei piccoli gesti, ha spiegato Niccolò, è arrivata una grande lezione di vita: “Faceva il caffè o impastava la pizza sempre col sorriso. E lì ho capito una cosa che lui ha sempre detto: non è necessario pensare alle grandi sfide, alle grandi imprese per trovare il sorriso, la gioia e la gratificazione. Sono cose che partono dalle piccole cose. Se tu trovi il sorriso nelle piccole cose e lo fai tutti i giorni, hai messo le basi migliori per costruire una vita meravigliosa”.

Un messaggio che il figlio ha voluto rivolgere a tutti i presenti: “Non serve essere Alex Zanardi per avere una vita meravigliosa. È questa la verità. Chiunque può avere una vita meravigliosa e gratificante. Auguro a tutti, anche a me stesso, di riuscire ogni giorno a trovare il sorriso anche nelle piccole cose, perché da lì poi si costruiscono quelle grandi. Grazie a tutti”.

ZAIA “CHI HA INSEGNATO A CONCENTRARCI SU CIÒ CHE ABBIAMO”

“L’ultima volta che incontrato Alex Zanardi è stata a Venezia, in un’iniziativa promossa da imprenditori veneti per costruire dei pozzi in una scuola del Sud Sudan”. Così il presidente del Consiglio regionale del Veneto, Luca Zaia, prima di partecipare ai funerali di Alex Zanardi nella Basilica di Santa Giustina. “Lui ci ha insegnato a concentrarci su quello che abbiamo e non su quello che non abbiamo. Lui l’ha dimostrato, ha perso le gambe e ha continuato a vincere conquistando tanti ori paralimpici. Era attento al sociale e poi dava sempre messaggi positivi”, ha aggiunto Zaia.

– foto sv/Italpress –

(ITALPRESS).

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