di Raffaele Bonanni
ROMA (ITALPRESS) – Ormai, davanti a ogni notizia che incrina la pace goduta per oltre settant’anni, reagiamo d’istinto: “sembra un altro mondo”. In realtà è il nostro, che riapre ferite mai del tutto rimarginate. Scene, linguaggi e dinamiche ricordano gli anni Trenta: ritorno della forza, disprezzo delle regole, logiche di dominio. L’allarme è giusto, l’indignazione necessaria. Ma non basta. Occorre capire perché quei fantasmi trovano oggi terreno fertile.
I violenti, i megalomani, i dittatori non sono una novità. Emergono quando arretrano i presìdi della convivenza: tolleranza, cooperazione, democrazia sostanziale. La democrazia non è solo libertà di affermare i propri obiettivi, ma capacità di comporli con quelli altrui. È equilibrio, non sopraffazione. Anche il capitale, leva essenziale di sviluppo, diventa pericoloso quando pretende di piegare il lavoro e di orientare la vita pubblica secondo interessi particolari.
Sul terreno della pace abbiamo progressivamente abbassato la guardia. L’abbiamo invocata, ma spesso privata degli strumenti di deterrenza che la rendono credibile. Così, mentre ci disarmavamo culturalmente e strategicamente, altri lavoravano per dividerci, sfruttando paure, disuguaglianze e fragilità. Il risultato è evidente: il ritorno degli imperialismi e la riaffermazione dell’idea che il forte possa imporre la propria volontà al debole.
Parallelamente, l’architettura internazionale costruita in decenni di trattati e istituzioni si è logorata. Organismi come l’ONU appaiono marginalizzati, incapaci di prevenire o mediare conflitti che scoppiano senza preavviso. Regole condivise da democrazie e autocrazie sono state erose, lasciando spazio a una competizione senza limiti, dove prevale chi ha più forza.
In questo scenario, l’Europa ha responsabilità evidenti. Pur forte di una tradizione democratica e multilaterale, si è spesso rifugiata in un pragmatismo miope: commercio senza condizioni, ritorni di nazionalismi, difesa di interessi politici di corto respiro. Così ha rinviato il passaggio decisivo: costruire una vera sovranità federale, l’unica capace di proteggerla e renderla protagonista in un mondo instabile.
Le grandi potenze non hanno interesse a un’Europa unita. Un soggetto integrato, avanzato tecnologicamente, solido economicamente e capace sul piano diplomatico e militare sarebbe difficilmente condizionabile. Non a caso, movimenti antieuropei trovano sostegni e convergenze nei Paesi imperialisti, alimentando divisioni interne.
Eppure proprio l’Europa può diventare un perno di equilibrio globale. I suoi popoli condividono una cultura democratica, una vocazione al multilateralismo, una propensione alla cooperazione. Un’Europa federale potrebbe costruire alleanze con altre potenze medie su energia, tecnologie, sicurezza, finanza, offrendo un’alternativa concreta alla logica della forza.
La scelta è netta: restare frammentati, esposti e marginali, oppure costruire un soggetto politico capace di garantire sviluppo, autonomia e pace. Non è un esercizio teorico, ma una necessità storica. Se non lo faremo noi, saranno altri a decidere per noi.
– foto IPA Agency –
(ITALPRESS).









