Trump, una tigre ferita. Il messaggio di domani sullo State of the Union

Mandatory Credit: Photo by Andrew Leyden/ZUMA Press Wire/Shutterstock (16572170c) U.S. President Donald Trump received the "Undisputed Champion of Coal" award from the Washington Coal Club, an industry lobbying organization, in the White House East Room on February 11, 2026. During the event, Trump signed an executive order directing the U.S. military to purchase electricity from coal-fired power plants. Trump Gets Coal Award, Washington, Dc, United States - 11 Feb 2026

di Vincenzo Petrone (*)

ROMA (ITALPRESS) – La decisione della Corte Suprema, venerdì scorso, non ha soltanto annullato i provvedimenti esecutivi con i quali il presidente Trump si è arrogato da quasi un anno il diritto di imporre tariffe sull’importazione di prodotti dall’estero senza esservi autorizzato dal Congresso. La sentenza ha aperto anche una stagione di assoluta incertezza per le pretese, incostituzionali, di Trump di governare da solo il commercio internazionale dell’America. C’è da sperare che non entri in ballo anche la credibilità stessa del Tesoro americano come porto di rifugio dei capitali internazionali. La rabbiosa e sconclusionata conferenza stampa del presidente, venerdì sera, i suoi propositi di vendetta e i suoi incredibili insulti ai supremi giudici che, 6 contro 3, hanno bocciato le sue tariffe, in realtà sono serviti a dimostrare che adesso il presidente non sa bene cosa fare. E, come spesso gli capita, nel dubbio fa la cosa sbagliata. E infatti la Corte, nella sua sentenza, gli aveva lasciato aperta un’uscita d’emergenza, affermando che “alcune” delle tariffe adottate erano incostituzionali in quanto non erano state approvate dal Congresso.

Invece di prendere la ciambella di salvataggio ed eliminare solo quelle dichiarate incostituzionali, rimpiazzandole con altre, Trump ha subito annunciato che, in sostituzione dei dazi in vigore, tutti, imponeva un nuovo dazio erga omnes del 10 per cento. E soltanto un’ora dopo questo dazio universale è salito al 15 per cento. Il presidente si è così infilato in un vicolo cieco che danneggerà pesantemente il Partito Repubblicano nelle elezioni di mid-term a novembre per il Congresso. La nuova tariffa del 15 per cento potrà infatti restare in vigore soltanto 150 giorni, essendo basata sulla Section 122 del Trade Act del 1974, la legislazione in vigore per questa materia. E questo vuol dire che tra giugno e luglio, già in piena campagna politica per le elezioni di novembre, i senatori repubblicani dovrebbero confermare nel Congresso delle misure che saranno diventate allora ancor meno popolari di quanto non siano oggi, semplicemente perché nel frattempo non avranno affatto ridotto il deficit commerciale americano verso il resto del mondo, Italia compresa, e tanto meno avranno sostanzialmente abbattuto le difficoltà economiche dei ceti medio-bassi. E gli oltre 150 miliardi che le dogane hanno raccolto grazie ai dazi potrebbero dover essere restituiti agli importatori americani che quelle tariffe hanno dovuto pagare; si calcola nella misura del 70 per cento del loro valore nominale.

Nel messaggio sullo “State of the Union”, domani il presidente con ogni probabilità annuncerà di voler ribadire la propria linea. Ma in realtà non può far diversamente per due ragioni principali. La prima è che egli crede sul serio al potere salvifico dei dazi come strumento per fare nuovamente grande l’America, reindustrializzarla e ridurre il gigantesco stock del debito, sempre più difficile da rifinanziare se vorrà davvero concedere gli sgravi fiscali promessi a investitori e finanzieri con il Big Beautiful Bill. La quasi totalità dei manuali di economia, inclusi quelli della Fordham University dove ha studiato, affermano il contrario. Ma questo per lui non conta, ritenendo che il suo istinto di businessman sia infallibile, anche se da immobiliarista ha dichiarato fallimento sei volte. Tanto meno Trump riconosce il precedente storico, tutto americano, che in materia di effetti dei dazi sull’economia ha fatto scuola in tutto il mondo, ossia lo Smoot-Hawley Tariff Act che il Presidente Hoover, nel giugno del 1930, fece approvare per aumentare drasticamente i dazi su 20.000 prodotti. L’idea era proteggere l’industria nazionale e creare lavoro in America, proprio quel che Trump si prefigge oggi. I dazi di Hoover ottennero esattamente l’opposto risultato: aggravarono la Grande Depressione per gli Stati Uniti e la esportarono in Europa. Nel 1934 il Congresso precipitosamente abolì quei dazi.

La seconda importante ragione per la quale Trump domani non annuncerà un passo indietro è che la decisione della Corte Suprema demolisce il pilastro fondamentale sul quale Trump stava costruendo il suo personale disegno di smisurato potenziamento dei suoi poteri come capo dell’esecutivo, a scapito del Congresso e dei giudici. Trump farà il possibile, l’impossibile e forse anche l’illecito per realizzare questo suo disegno. E nel suo State of the Union Address riemergerà tutta la rabbia che ha già dimostrato verso la Corte Suprema, verso alcuni giudici distrettuali e verso i senatori repubblicani, solo tre finora, che non si sono piegati del tutto al suo volere e lo hanno criticato apertamente. Li minaccerà di non sponsorizzarli e di far perdere il seggio a tutti coloro che dichiareranno di nutrire anche il minimo dissenso rispetto alle politiche e ai comportamenti del Presidente.

I grandi convitati di pietra domani in Congresso saranno i Paesi europei e il Canada da un lato, la Cina dall’altro. Il Parlamento europeo ha già sospeso la discussione sulla ratifica dell’accordo leonino che l’Unione Europea ha dovuto accettare in primavera. E Xi Jinping in aprile riceverà a Pechino un Trump molto più debole e ansioso nel voler dimostrare che in politica internazionale la propria aggressività porta dividendi. È improbabile che riesca in questa acrobazia e occorrerà che anche in Italia si faccia una riflessione in merito.

(*) Ambasciatore a.r.

– Foto IPA Agency –
(ITALPRESS).

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