Venezuela, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu paralizzato con America Latina divisa ed Europa assente

Mandatory Credit: Photo by John Angelillo/UPI/Shutterstock (16227533g) The United Nations holds a Security Council meeting concerning the situation in Venezuela on Monday, January 5, 2026 in New York City. The Trump administration captured the President of Venezuela Nicolas Maduro and first lady Cilia Flores over the weekend in Caracas to stand trial on federal charges relating to narco-terrorism in New York. Security Council Meeting at the UN Concerning the Situation in Venezuela, New York, United States - 05 Jan 2026

di Stefano Vaccara

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – La riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla crisi venezuelana ha mostrato con chiarezza brutale i limiti dell’ONU nel nuovo disordine globale. Un confronto durissimo tra Stati Uniti e Russia, una netta maggioranza di Paesi contrari all’uso della forza, profonde divisioni in America Latina e un’Europa politicamente assente. Il risultato: nessuna decisione, nessuna iniziativa concreta, nessuna via d’uscita.

Ad aprire il dibattito è stata Rosemary DiCarlo, sottosegretaria generale ONU per gli Affari politici, che ha trasmesso al Consiglio le valutazioni del Segretario generale Guterres. DiCarlo ha avvertito che la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro rischia di aggravare l’instabilità interna e regionale e ha sollevato interrogativi espliciti sul rispetto del diritto internazionale e sul precedente che un’operazione di questo tipo potrebbe creare nei rapporti tra Stati. Un richiamo prudente ma netto, rimasto senza seguito operativo. La linea americana è stata difesa dall’ambasciatore degli Stati Uniti all’ONU Mike Waltz, che ha respinto l’idea di un atto di guerra, descrivendo l’operazione come una misura di “law enforcement” contro un leader definito illegittimo. Secondo Washington, non vi sarebbe alcuna occupazione né violazione della Carta ONU, con il richiamo all’articolo 51 sul diritto all’autodifesa. Una posizione sostenuta apertamente dall’Argentina e, in modo più cauto e ambiguo, da Panama.

Ma il Consiglio ha mostrato un fronte largamente contrario all’uso della forza. Il Brasile, per voce dell’ambasciatore Sérgio França Danese, ha respinto senza esitazioni l’intervento armato, ribadendo che “il Sud America è una zona di pace” e che i bombardamenti su territorio venezuelano e la cattura del capo dello Stato “superano una linea inaccettabile”, costituendo un precedente estremamente pericoloso per l’intera comunità internazionale. Sulla stessa linea la Colombia. L’ambasciatrice Leonor Zalabata Torres ha condannato l’azione statunitense come violazione della sovranità, dell’indipendenza politica e dell’integrità territoriale del Venezuela, sottolineando che la democrazia non può essere difesa né promossa con la violenza o la coercizione, né subordinata a interessi economici. Messico e Cuba hanno rafforzato il fronte critico. Il Messico, con l’ambasciatore Hector Vasconcelos, ha richiamato il Consiglio alla responsabilità di agire senza doppi standard, mettendo in guardia contro le politiche di cambio di regime dall’esterno. Cuba, con l’ambasciatore Ernesto Soberón Guzmán, ha parlato apertamente di aggressione imperialista e di obiettivi di dominio e controllo delle risorse naturali venezuelane.

Tra gli attacchi più duri quello della Russia. L’ambasciatore Vassily Nebenzia ha definito l’operazione americana un'”aggressione armata” priva di qualsiasi giustificazione giuridica, chiedendo il rilascio immediato del presidente Maduro e della moglie. Nel suo intervento, Nebenzia ha allargato lo sguardo, accusando Washington di voler restaurare una logica di dominio unilaterale, mascherata da “ordine internazionale basato sulle regole”, e ha avvertito che il caso Venezuela rappresenta una minaccia diretta non solo per l’America Latina, ma per il futuro stesso delle Nazioni Unite. La Cina ha sostenuto una posizione analoga, respingendo l’idea che un singolo Paese possa arrogarsi il ruolo di giudice e poliziotto del mondo, e chiedendo un ritorno a soluzioni politiche e negoziate, nel rispetto del principio di sovranità statale.

A portare la voce diretta di Caracas è stato l’ambasciatore del Venezuela Samuel Moncada, che ha definito l’azione statunitense un attacco armato illegittimo e un sequestro del presidente costituzionale della Repubblica. Moncada ha denunciato apertamente il tentativo di imporre dall’esterno un cambio di regime, sostenendo che il Venezuela è preso di mira per le sue risorse naturali e per la sua indipendenza politica. Significative anche le divisioni interne all’America Latina.

L’Argentina si è schierata con Washington, rompendo un consenso regionale storicamente ancorato al principio di non intervento. Il Cile, pur guidato oggi da un governo conservatore, non ha seguito il governo di Milei, allineandosi invece con Brasile e Colombia. Una frattura che non è ideologica, ma strategica, e che isola l’Argentina nel contesto sudamericano. Panama – che nel 1989, ai tempi di Noriega, subì un’invasione da parte degli USA – per voce dell’ambasciatore Eloy Alfaro De Alba, ha adottato un profilo molto prudente, evitando di schierarsi apertamente contro Washington e puntando invece su un richiamo alla risoluzione pacifica delle crisi e al rispetto delle istituzioni democratiche, ma senza legittimare l’uso della forza come strumento di politica estera.

Ancora più evidente è apparsa l’assenza dell’Europa. Nessuna posizione comune, nessun coordinamento visibile. Francia e Spagna sono intervenute separatamente, mentre l’ambasciatore dell’Unione Europea non si è presentato in Consiglio, segno della mancanza di una linea condivisa. L’Italia non è intervenuta. Una scelta di prudenza diplomatica alla luce delle centinaia di migliaia di cittadini italiani residenti in Venezuela? Un silenzio che però anche in diplomazia potrebbe essere interpretato con un “chi tace acconsente”.

Nel corso della riunione è intervenuto, in collegamento video, anche il professor Jeffrey Sachs della Columbia University, che ha avvertito come l’uso della forza al di fuori del quadro ONU rischi di normalizzare una pratica che svuota il multilateralismo e accelera la crisi dell’ordine internazionale. Secondo Sachs, il caso venezuelano mostra come il Consiglio di Sicurezza sia sempre più ostaggio delle grandi potenze, incapace di svolgere il ruolo per cui è stato creato. Il bilancio finale è impietoso. Nessuna risoluzione, nessuna iniziativa concreta, nessun meccanismo attivato. Come per l’Ucraina, il Consiglio di Sicurezza resta paralizzato: ieri dal veto russo, oggi dall’azione diretta degli Stati Uniti. Il Venezuela diventa così l’ennesimo simbolo di un’ONU che discute, registra le divisioni, ma non riesce più a incidere sugli eventi. Un’Organizzazione che, a ottant’anni dalla Carta, appare sempre più priva degli strumenti politici per governare le crisi del presente.

– Foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

Vuoi pubblicare i contenuti di Italpress.com sul tuo sito web o vuoi promuovere la tua attività sul nostro sito e su quelli delle testate nostre partner? Contattaci all'indirizzo [email protected]