WASHINGTON (STATI UNITI) (ITALPRESS) – La lunga permanenza operativa della USS Abraham Lincoln ha imposto alla U.S. Navy una revisione concreta del modo in cui prepara, sostiene e prolunga l’impiego dei Carrier Strike Group. Parlando con i giornalisti a Norfolk, il capo delle operazioni navali, ammiraglio Daryl Caudle, ha riconosciuto che nelle prime fasi dell’operazione Epic Fury la catena di rifornimento non era ancora pienamente calibrata. “È una critica legittima: all’inizio abbiamo dovuto trovare il giusto equilibrio nei rifornimenti, ma oggi il sistema è molto più solido“, ha detto. Il problema, ha chiarito, non riguardava tanto la disponibilità dei generi alimentari essenziali, quanto quei beni che incidono direttamente sulla qualità della vita a bordo: “Non si tratta di stabilire se arrivino proteine, carboidrati o verdure in quantità adeguate; le difficoltà hanno riguardato soprattutto ciò che i marinai si aspettano oltre lo stretto necessario, dai prodotti per l’igiene agli articoli dello ship store”.
Dall’esperienza della Lincoln, rimasta per mesi senza scalo, la Marina Usa intende ora trarre indicazioni operative per la prossima missione della USS Theodore Roosevelt. “Stiamo intervenendo già nella fase pre-deployment, aumentando le scorte, rafforzando il supporto ai ricambi dell’Air Wing e assicurandoci che anche l’equipaggiamento di bordo parta con il massimo livello di supporto disponibile”, ha spiegato Caudle. Parallelamente, Washington valuta port call più lontani dalla minaccia iraniana, tra Africa, India e Singapore. “Ogni scalo più distante comporta un costo in termini di tempo fuori stazione e risorse impiegate, ma dobbiamo bilanciare questo prezzo con la necessità di far recuperare gli equipaggi”. Per Caudle, è proprio qui che emerge la differenza rispetto alla USS Gerald R. Ford: “Le operazioni di combattimento sono state sostanzialmente comparabili; ciò che ha reso diversa l’esperienza della Lincoln è stata l’assenza di soste, la mancanza della possibilità di interrompere il ritmo e recuperare”. Il Cno ha infine posto l’accento sulla prevedibilità delle estensioni: “Se sappiamo che una nave andrà in un’area di combattimento, dobbiamo riuscire a indicare con maggiore precisione per quanto tempo resterà in teatro. Quando le proroghe arrivano a piccoli incrementi e le famiglie non vedono una data finale, lo stress sugli equipaggi cresce”. La guerra, ha concluso, può imporre tempi diversi da quelli pianificati: “Preferirei deployment di sette mesi e non amo le estensioni, ma il nemico contribuisce sempre a determinare la durata reale delle operazioni”.
– foto IPA Agency –
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