di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – In meno di dodici ore Donald Trump ha portato gli Stati Uniti sull’orlo di un atto che molti giuristi considerano già, di per sé, una grave violazione del diritto internazionale. E poi ha fatto marcia indietro. Prima minaccia apertamente l’Iran: riaprire lo Stretto di Hormuz entro le ore 20 oppure assistere alla distruzione di “un’intera civiltà”.
È una formulazione che collide direttamente con l’articolo 51 del primo protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra, che vieta non solo gli attacchi contro civili e infrastrutture, ma anche le minacce contro la popolazione usate come leva negoziale. Poi, la svolta. Nel tardo pomeriggio, dopo una mediazione in extremis del Pakistan, a meno di 80 minuti dallo scadere dell’ultimatum, Trump accetta una tregua di due settimane e riporta il negoziato sui dieci punti proposti da Teheran, gli stessi che aveva prima respinto. Gli attacchi si fermano, almeno temporaneamente.
Ma il risultato segna un arretramento strategico: l’Iran mantiene il controllo operativo dello Stretto di Hormuz e può condizionare il traffico navale, trasformando uno snodo vitale dell’economia globale in una leva politica ed economica: adesso potrà anche far pagare il passaggio.
Trump, su Truth, spiega che “sulla base delle conversazioni avute con il primo ministro Shehbaz Sharif e il maresciallo di campo Asim Munir del Pakistan, nelle quali mi è stato chiesto di sospendere l’invio di forze distruttive in Iran previsto per questa sera, e a condizione che la Repubblica Islamica dell’Iran acconsenta all’apertura completa, immediata e sicura dello Stretto di Hormuz, acconsento a sospendere i bombardamenti e gli attacchi contro l’Iran per un periodo di due settimane. Si tratterà di un cessate il fuoco bilaterale. Il motivo di questa decisione – sottolinea Trump – è che abbiamo già raggiunto e superato tutti gli obiettivi militari e siamo a buon punto con un accordo definitivo riguardante la pace a lungo termine con l’Iran e la pace in Medio Oriente. Abbiamo ricevuto una proposta in 10 punti dall’Iran e riteniamo che sia una base praticabile su cui negoziare. Quasi tutti i vari punti di controversia passati sono stati concordati tra gli Stati Uniti e l’Iran, ma un periodo di due settimane consentirà di finalizzare e portare a compimento l’accordo”.
L’editorial board del New York Post parla di successo negoziale, ma questa lettura ignora due elementi fondamentali: non si può negoziare minacciando la distruzione di civili e poi accettare le condizioni dell’avversario dopo un ultimatum apocalittico. Non è un segnale di forza. Anche alle Nazioni Unite il linguaggio di Trump ha provocato allarme. Prima, al Consiglio di Sicurezza la risoluzione presentata dal Bahrain per forzare il blocco di Hormuz viene bocciata dal veto di Russia e Cina che, come ammette davanti ai giornalisti l’ambasciatore cinese Fu Cong, sono state anche influenzate dalle minacce da “fine civiltà” di Trump.
Poi, il portavoce del segretario generale, Stéphane Dujarric, ha ribadito che la distruzione di infrastrutture civili e le minacce contro la popolazione costituiscono violazioni del diritto internazionale umanitario, sottolineando che “non esiste alcun obiettivo militare che possa giustificare la distruzione totale di una società”.
Alla domanda se anche Guterres pensasse che il presidente americano fosse ormai “fuori di testa”, ha insistito sulla necessità urgente di un ritorno a un dialogo “sobrio”. Un modo diplomatico per segnalare la gravità senza precedenti delle parole pronunciate. Al Congresso, la reazione fin dalle prime ore di martedì è esplosiva. La deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez, parla apertamente di “minaccia di genocidio” e invita funzionari e militari a rifiutare ordini illegali. Il deputato californiano Ro Khanna chiede l’attivazione del 25° emendamento, sostenendo che il presidente non sia più in grado di esercitare le sue funzioni.
Il senatore del Massachusetts Ed Markey ha chiesto l’impeachment e la rimozione di Trump, definendolo “completamente instabile e pericoloso” e accusandolo di “crimini di guerra” potenziali. La collega Elizabeth Warren ha denunciato la minaccia di “crimini di guerra di proporzioni terrificanti” e chiesto il ritorno del Congresso in sessione.
La crisi non è solo internazionale, ma anche costituzionale. La voce più significativa, sul fronte repubblicano, è quella della senatrice dell’Alaska Lisa Murkowski, che denuncia le parole di Trump, incompatibili con i valori americani. Ma il resto del Partito Repubblicano, con in testa lo speaker Mike Johnson, resta immobile. Solo poche voci isolate, come il deputato del Texas Nathaniel Moran, hanno preso le distanze dalla minaccia di “distruggere una civiltà”.
Intanto, gli equilibri regionali sono più fragili e gli alleati degli Stati Uniti osservano con crescente inquietudine una leadership percepita come imprevedibile e pronta a usare la minaccia di distruzione totale come leva negoziale. Cosa accadrà tra due settimane non si può prevedere, ma ciò che è accaduto resterà indelebile nella storia degli Stati Uniti.
-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).









