di Stefano Vaccara
NEW YORK (ITALPRESS) – È una sconfitta giudiziaria pesante, ma soprattutto simbolica, quella subita da Donald Trump sul fronte di “Voice of America”. Un giudice federale ha ordinato il ripristino completo delle operazioni dell’emittente pubblica americana, imponendo il rientro al lavoro di oltre mille giornalisti e dipendenti entro il 23 marzo. La decisione del giudice Royce C. Lamberth smonta, punto per punto, il tentativo dell’amministrazione Trump di ridimensionare drasticamente – fino quasi a spegnere – una delle principali voci del soft power americano nel mondo.
Fondata nel 1942 per contrastare la propaganda nazista, Voice of America trasmette in decine di lingue e raggiunge centinaia di milioni di persone, soprattutto in Paesi dove la libertà di stampa è limitata o inesistente. Il cuore della sentenza è semplice ma politicamente esplosivo: la Casa Bianca non può ignorare le leggi del Congresso che impongono la diffusione di un’informazione pluralista e indipendente. Secondo il giudice, l’amministrazione ha “platealmente violato” questi obblighi, riducendo l’emittente a operazioni minime e svuotandone la missione.
Non si tratta solo di una battaglia burocratica. È uno scontro diretto sul ruolo del giornalismo in una democrazia. Trump ha più volte attaccato Voice of America definendola la “voce dell’America radicale”, inserendola in una più ampia strategia di delegittimazione dei media, dai grandi quotidiani alle agenzie federali. Il tentativo di smantellare VOA rappresenta forse il passaggio più radicale di questa strategia: non solo criticare la stampa, ma ridurne concretamente la capacità operativa. La figura di Kari Lake, posta alla guida dell’agenzia di supervisione e già bocciata da un precedente verdetto, è diventata il simbolo di questo approccio.
Il giudice ha accusato apertamente i vertici nominati da Trump di aver ignorato la legge per quasi un anno, arrivando a minacciare sanzioni per oltraggio alla corte. Ma il significato politico della decisione va oltre il caso specifico. Questa sentenza riafferma un principio fondamentale: il giornalismo pubblico, quando garantito per legge, non può essere trasformato in strumento politico né smantellato per ragioni ideologiche. In un momento in cui la disinformazione globale è diventata terreno di scontro geopolitico, indebolire Voice of America significa indebolire anche la capacità degli Stati Uniti di competere con le narrazioni di potenze come Cina, Russia o Iran.
Resta ora da vedere se l’amministrazione farà appello. Ma il danno politico è già fatto. Ancora una volta, è il potere giudiziario a fermare un tentativo della Casa Bianca di ridefinire – o restringere – i confini della libertà di stampa. Quella di Trump non è stata finora una guerra episodica contro singoli media, ma un progetto più ampio, che punta a ridefinire il rapporto tra potere e informazione. Questa sentenza rappresenta, almeno per ora, un argine. Ma la battaglia è tutt’altro che conclusa.
– Foto IPA Agency –
(ITALPRESS).









