ROMA (ITALPRESS) – L’Assemblea Generale dell’Onu resta un appuntamento diplomatico ineludibile, ma non basta a restituire all’organizzazione un ruolo davvero centrale nella gestione delle crisi internazionali. È l’analisi di Daniele Ruvinetti, senior advisor della Fondazione Med-Or, intervistato da Claudio Brachino per Diplomacy Magazine, format tv dell’agenzia Italpress.
Secondo Ruvinetti, il Palazzo di Vetro continua a rappresentare “una finestra sul mondo” per i capi di Stato, un luogo dove pronunciarsi pubblicamente e moltiplicare gli incontri bilaterali a margine dei lavori. Ne sono un esempio il discorso del presidente iraniano Masoud Pezeshkian o i colloqui informali tra Volodymyr Zelensky e Donald Trump.
Ma la sostanza politica, osserva l’analista, si gioca altrove: in un mondo sempre più segnato da leadership autoritarie e da un multilateralismo indebolito – anche per lo scetticismo dichiarato dall’amministrazione Trump verso gli organismi internazionali – l’Onu non dispone oggi della forza operativa necessaria a guidare la soluzione dei conflitti.
Significativa, in tal senso, l’assenza di Xi Jinping da New York. Il presidente cinese si è recato direttamente a Washington per il bilaterale con Trump. Sul fronte della pace, per Ruvinetti non ci sono passi avanti concreti. Pezeshkian, pur essendo considerato un riformista disponibile al dialogo con Washington, non avrebbe comunque la reale autorità per chiudere un’intesa, “poiché il potere in Iran resterebbe nelle mani dei Pasdaran”, sottolinea Ruvinetti.
Anche sul dossier Ucraina il quadro è fermo: a fronte delle aperture di Trump, Putin avrebbe ribadito che al momento non esistono le condizioni per un accordo di pace.
A preoccupare maggiormente è però un altro fronte. Oltre alla questione della violazione dello spazio aereo polacco, Ruvinetti richiama la notizia riportata dal quotidiano spagnolo El Mundo su un report della Cia che metterebbe in allerta Italia, Spagna e Francia rispetto al rischio di attacchi russi condotti tramite droni lanciati da “navi fantasma” nel Mediterraneo.
Operazioni, spiega l’advisor, che la Russia difficilmente rivendicherebbe apertamente, sul modello di quanto già accaduto con l’episodio di Lipsia. L’obiettivo, più che un’escalation militare su larga scala – ritenuta insostenibile per Mosca dopo il fronte ucraino – sarebbe duplice: testare le difese della Nato e alimentare un clima di ansia nelle popolazioni europee, colpendo la percezione di sicurezza nei trasporti e nella vita quotidiana.
Quanto a un eventuale attacco diretto alla Polonia, Ruvinetti ritiene che “Putin potrebbe spingersi in tale direzione solo nella convinzione che gli Stati Uniti non attivino l’articolo 5 della Nato”: uno scenario che aprirebbe una frattura interna all’Alleanza e lascerebbe i Paesi baltici ed europei soli di fronte a scelte politiche difficili, in primis quella di mandare i propri cittadini a combattere.
Diverso, infine, l’atteggiamento della Cina, che secondo l’analista non attribuisce oggi grande valore strategico all’Onu. Pechino seguirebbe una linea di pragmatismo e discrezione – “nascondere le proprie capacità e utilizzarle al momento opportuno” – preferendo il canale bilaterale, come dimostra l‘incontro riservato tra Xi Jinping e Trump. Nella lettura di Ruvinetti, la Cina osserva le crisi internazionali “dalla riva del fiume”: mantiene legami solidi con Russia e Iran senza esporsi direttamente, invoca tregua e pace mentre trae vantaggio dall’indebolimento dell’influenza americana in Europa, ampliando nel frattempo la propria presenza economica e tecnologica nel continente.
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