Rafat “Il conflitto in Iran durerà almeno altre due settimane”

TEHERAN (IRAN) (ITALPRESS) – La guerra in corso tra Iran da una parte e Stati Uniti e Israele dall’altra è destinata a durare almeno altre due settimane. È quanto afferma in un’intervista all’Italpress il giornalista iraniano Ahmed Rafat, che analizza gli sviluppi del conflitto e la resilienza del regime di Teheran. “L’azione militare congiunta degli Stati Uniti e Israele dello scorso 28 febbraio, che ha dato il via all’attuale guerra, ha visto l’Iran rispondere non solo lanciando missili contro Israele, ma colpendo anche altri Paesi come Iraq, Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrain, nonché la Repubblica dell’Azerbaigian e la Turchia. Questo conflitto è destinato a durare almeno per altre due settimane, anche se Donald Trump parla di trattative in corso e ha posticipato di altri cinque giorni gli attacchi agli obiettivi civili come le centrali elettriche. Israele vuole indebolire l’Iran in modo che non rappresenti più una minaccia per la sua sicurezza. Dal canto suo, Donald Trump vuole avviare dei negoziati con la Repubblica Islamica che finiscano con una resa incondizionata”, ha spiegato l’analista iraniano.

Continuare questa guerra, aggiunge Rafat, “non indebolisce solo il governo di Teheran. I danni causati dai missili e dai droni iraniani hanno già provocato danni notevoli a Israele, con costi non indifferenti per l’economia Usa e soprattutto per l’immagine di Donald Trump tra la popolazione americana. Hanno inoltre portato a una rottura netta con diversi Paesi europei, che si rifiutano senza mezzi termini di entrare in questa guerra a fianco di Washington”. Gli israeliani hanno decapitato la dirigenza civile e militare della Repubblica Islamica, “ma non per questo il regime è crollato. La Repubblica Islamica, pur avendo un Leader supremo, non ha un vertice piramidale. Ucciso Ali Khamenei, è stato posto alla guida del Paese suo figlio Mojtaba, gravemente ferito durante l’attacco che ha ucciso suo padre e altri membri della famiglia. Nemmeno l’uccisione di Ali Larijani, l’uomo forte del regime, ha fatto crollare il sistema, e ancor meno l’eliminazione di diversi comandanti militari. La Repubblica Islamica, pur se colpita dalla guerra e da una forte crisi economica precedente, e avendo perso il sostegno di gran parte della popolazione – sceso in modo massiccio durante le proteste di dicembre e gennaio scorso, con diverse migliaia di manifestanti uccisi in 210 città – continua a governare il Paese e dispone ancora di una struttura repressiva che impedisce alla gente di tornare nelle piazze”, spiega Rafat.

Mojtaba Khamenei, il nuovo Leader supremo, “si preparava a sostituire il padre dal 2009. Controllava di fatto il Beit (l’ufficio del padre) e soprattutto manteneva stretti rapporti con l’ala più radicale delle Guardie della Rivoluzione (Pasdaran) e con gli oligarchi che controllano oltre il 60% dell’economia del Paese. Alleanze che gli permetteranno di guidare il Paese, se sopravviverà alle ferite riportate quando la residenza della famiglia Khamenei fu colpita. Gli israeliani e gli americani puntavano sui manifestanti iraniani e soprattutto sui peshmerga (milizie armate) dei partiti curdi e sulle formazioni armate dei baluci, come la cavalleria che avrebbe dovuto scendere in piazza in seguito ai bombardamenti aerei, in quanto nessun regime è mai caduto senza forze presenti sul territorio. Per diverse ragioni, non ultima la capacità ancora efficace delle forze armate e delle strutture repressive, sia i manifestanti sia le milizie armate dei gruppi etnici hanno però atteso momenti migliori per occupare le città”, ha concluso il giornalista iraniano.

– foto Ahmed Rafat –

(ITALPRESS).

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