Non so voi. Io le ultime partite, culminate in Torino-Inter e Juve-Milan, le ho seguite con un certo disagio. Lo scandalo esploso nel weekend mi ha smontato. Non è ch’io segga in poltrona con bandierine, caccavella e putipù – neppur quando gioca l’amato ma ormai spento Bologna – ma ci metto curiosità e passione da oltre mezzo secolo. Sempre. Sì, il Napoli mi aveva già divertito con un pizzico di suspense, poi Genoa-Como “alla Cesc” m’è piaciuta, ma arrivato all’Inter ero già inquieto e per fortuna il vecchio Toro mi ha rinvigorito. Con fatica ho affrontato Juve-Milan. Ero pronto a raccontare l’ultima storia di Allegri, gran protagonista sulle due sponde, ma il gol pur legittimamente annullato dal VAR al 35′ a Thuram mi ha spento. E ributtato
nelle miserie del passato. Dopo, ho visto una partita standard, accademica, con spruzzi di emozioni per giustificare il biglietto. Yildiz all’80’? Ma mi faccia il piacere, Lucio…
Qual è l’elemento più importante della partita di calcio? Una volta era il gol – bello o brutto che fosse – da oggi (terza e triste ripetizione) la credibilità. Che dovrebbe produrre fiducia. E reputazione. Una reputazione ahinoi pregiudicata. Con
ripetute sentenze di condanna che hanno realizzato Calciopoli, ovvero “un giro di corruzione e frode sportiva atto a pilotare
risultati. Il termine è usato anche per indicare la manipolazione del Campionato attraverso il controllo degli arbitri”. E ci
siamo. Senza risalire alla preistoria degli imbrogli, nel 2006 fu protagonista la Juventus, e pagò. L’odierna denuncia,
scaturita dall’ennesima leggerezza della magistratura che consente la perversione dell’Indagato in Accusato, tira in ballo
l’Inter, come se il ventennale rosicare degli juventini avesse raggiunto lo scopo. Ma a parte il fatto che escludo per principio la colpevolezza dell’arbitro Rocchi e dell’Inter il nuovo caso è gravissimo perchè coinvolge la VAR, un sistema realizzato per
sicurezza e giustizia oggi rivelatosi come facile vittima di manipolazioni. Con una parola. Con uno sguardo. Nella mia campagna quasi solitaria contro la VAR ne ho denunciato l’irrilevanza sul piano decisionale con un primissimo intervento ai tempi del presidente federale Tavecchio al quale dissi pubblicamente che non poteva esistere uno strumento di
estrema sicurezza se a gestirlo fossero comunque degli uomini. Oggi aggiungo, dopo che la categoria è stata ridicolizzata da quel mezzo, ch’è peggio ancora la gestione della VAR affidata al mondo arbitrale da sempre avvelenato da gelosie e invidia. E dal denaro. Attualmente, un arbitro di Serie A guadagna circa 90.000
fissi annui più circa 4.000 a partita, mentre i VAR ricevono compensi minori, pari a circa 1.700. Prima erano praticamente dilettanti. Son diventati professionisti – tenetevi! – dopo Calciopoli 2006. Il lavacro. L’acqua non manca. Avanti il prossimo. Costerà di più?
Quando il Var spegne la passione del calcio
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