ROMA (ITALPRESS) – Il welfare aziendale è ormai parte della vita quotidiana delle famiglie italiane. È il dato che apre l’edizione 2026 dell’Osservatorio Welfare di Edenred Italia, presentata oggi al Welfare Forum di Milano, appuntamento annuale dedicato alle risorse umane e al futuro del lavoro. L’Osservatorio incrocia due fonti: l’analisi degli utilizzi reali di 5.500 aziende e 870 mila beneficiari, e due indagini Ipsos Doxa condotte su 1.000 lavoratori dipendenti e 200 HR manager.
Dall’analisi degli utilizzi reali emerge come “le aziende nel corso del 2025 abbiano messo a disposizione di ciascun lavoratore un credito welfare medio di circa 1.000 euro”: un dato in linea con il valore del 2024, cresciuto stabilmente negli ultimi quattro anni rispetto agli 840 euro del 2021, così come il tasso di utilizzo del credito, che nel 2025 si è attestato all’84%, in aumento costante rispetto al 79% del 2021. A guidare questa evoluzione “sono stati soprattutto i fringe benefit, ovvero beni e servizi che l’azienda riconosce in aggiunta allo stipendio, utilizzati soprattutto per consumi quotidiani”.
La quota di credito welfare destinata ai fringe benefit è più che triplicata negli ultimi nove anni, passando dal 16,2% del 2017 all’attuale 55,1%, che ne fa la prima voce di welfare per i lavoratori dipendenti italiani. “L’inflazione degli ultimi anni ha eroso il potere d’acquisto e la crescita dei salari non è stata sufficiente a compensarla. In questo contesto il welfare aziendale si è rivelato una risorsa importante per i bilanci familiari, anche grazie alle misure fiscali introdotte dal legislatore che hanno favorito la diffusione dei fringe benefit a vantaggio di imprese e lavoratori”, afferma Fabrizio Ruggiero, amministratore delegato di Edenred Italia.
“È un complemento del salario nel senso più concreto del termine: contribuisce a coprire una parte delle spese quotidiane e restituisce capacità di spesa alle famiglie”. Le indagini Ipsos Doxa spiegano che è proprio il carovita la prima preoccupazione di chi lavora: il 41% si dichiara molto preoccupato per l’aumento dei prezzi e l’83% ha rinunciato ad almeno un’attività nell’ultimo anno a causa dell’aumento del costo della vita. La pressione però non è soltanto economica. Il 75% afferma di avvertire il peso dei carichi di cura, quota che sale all’84% tra chi assiste un familiare anziano o fragile e all’83% tra le donne. È la cosiddetta “generazione sandwich”, stretta tra figli da crescere e genitori da accudire, che al welfare chiede tempo ed energie prima ancora che denaro ed è qui che emergono nuovi bisogni.
I servizi alla persona e ai familiari sono desiderati dal 20% di chi oggi non ne dispone e dal 24% tra i caregiver, ma vengono offerti soltanto dal 10% delle aziende. Un’ampia disponibilità di risorse e di benefit differenti, tuttavia, da sola non basta. Il 71% degli HR manager ritiene che gli strumenti oggi offerti siano soltanto parzialmente utilizzati dai dipendenti, mentre solo il 51% dei lavoratori si sente davvero informato sulle soluzioni a disposizione. Dati che evidenziano come l’efficacia del welfare dipenda dalla capacità di tradurre i bisogni delle persone in progetti coerenti con le diverse fasi della vita lavorativa e familiare. Nelle aziende che adottano piani strutturati su misura delle diverse popolazioni aziendali, la motivazione dichiarata dai lavoratori sale dal 30% al 46%, mentre il senso di valorizzazione passa dal 26% al 43%.
“Il welfare aziendale è diventato parte del modo in cui questo Paese sostiene i redditi e tiene insieme il lavoro e la vita delle persone. Per le imprese è una leva di competitività, per il sistema un investimento sulla coesione sociale. La sfida, adesso, è renderlo capace di integrare il reddito e dare risposta a bisogni che vanno oltre la sola dimensione economica: è il mestiere, sempre più strategico, degli HR manager che lo progettano”, conclude Ruggiero.
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