Lo spazio come politica della conoscenza

di Andrea Colucci

ROMA (ITALPRESS) – L’approvazione da parte del COMINT, nella seduta del 14 maggio scorso, del Documento Strategico di Politica Spaziale Nazionale segna un passaggio importante: lo spazio non è più soltanto una frontiera scientifica o industriale, ma una dimensione ordinaria della sovranità, della sicurezza e della competitività del Paese. Il merito del documento è quello di collocare l’Italia dentro uno scenario realistico. Le infrastrutture satellitari sostengono servizi essenziali per la vita quotidiana, dalla protezione civile alla gestione del territorio, dalle telecomunicazioni alla sicurezza. Al tempo stesso, lo spazio è diventato un dominio conteso, attraversato da dinamiche commerciali, geopolitiche e dual use sempre più intense.

In questo quadro, la strategia nazionale ha il compito di tenere insieme tre piani che spesso viaggiano separati: la ricerca, l’industria e l’interesse pubblico. È qui che il Documento Strategico assume il suo significato più forte, perché prova a trasformare questi tre driver in ecosistema coordinato. Il ruolo dell’Agenzia Spaziale Italiana, in questa prospettiva, è centrale. L’ASI non è soltanto un soggetto tecnico-scientifico, ma un perno istituzionale capace di connettere indirizzo politico, comunità della ricerca, industria e domanda pubblica. La sfida sarà rendere questo ruolo sempre più operativo, soprattutto nella capacità di aggregare bisogni, dati, competenze e programmi. Pur attraversando temi molto ampi – dalla sostenibilità finanziaria alla sicurezza delle infrastrutture, dalla regolazione alla cooperazione internazionale – il cuore culturale del documento è, a mio avviso, nell’Asse 1: ampliamento della conoscenza e dei benefici per la società.

In particolare, l’obiettivo 5.1, dedicato al sostegno della ricerca scientifica e industriale e alla collaborazione tra università, enti di ricerca e imprese, individua una condizione decisiva: senza una rete stabile di competenze, laboratori e infrastrutture sperimentali, non esiste autonomia spaziale, né leadership industriale duratura. L’Italia dispone di un patrimonio importante, ma deve saperlo mettere a sistema. Università, grandi imprese, PMI innovative, distretti tecnologici e centri di ricerca devono essere parte di una stessa architettura, capace di generare progetti, brevetti, trasferimento tecnologico e partecipazione qualificata ai programmi europei e internazionali. In questo senso, il riferimento ai centri di competenza avanzata e alle infrastrutture sperimentali è particolarmente rilevante. Il CIRA, Centro Italiano Ricerche Aerospaziali, rappresenta un esempio concreto di come la ricerca applicata possa funzionare da cerniera tra visione pubblica e capacità industriale.

Con le sue infrastrutture di prova, i laboratori e le competenze maturate nel settore aerospaziale, il CIRA può contribuire in modo significativo alla validazione di tecnologie, alla sperimentazione in condizioni rilevanti, alla formazione di profili altamente qualificati e alla costruzione di filiere nazionali più robuste. Non a caso è il soggetto attuatore del Prora, il programma nazionale di ricerca aerospaziale. Per questo, l’attuazione dell’obiettivo 5.1 dovrebbe valorizzare con maggiore decisione i centri di ricerca come luoghi di convergenza: non semplici destinatari di finanziamenti, ma piattaforme nazionali di collaborazione, capaci di connettere ricerca di base, sviluppo industriale, esigenze della pubblica amministrazione e obiettivi strategici del Paese. Da qui discende anche l’importanza non secondaria, dell’obiettivo 5.2 sulle competenze STEM. La Space Economy richiede ingegneri, fisici, informatici, esperti di cybersecurity, data scientist, ma anche figure ibride in grado di comprendere diritto, economia, ambiente, sicurezza e comunicazione.

La formazione, quindi, non può essere episodica. Serve una programmazione lunga, che accompagni scuole, ITS, università, dottorati e imprese, rendendo lo spazio un orizzonte professionale riconoscibile per i giovani. Hackathon, challenge, tirocini, borse di studio e scuole tematiche sono strumenti utili se inseriti in una traiettoria stabile, non in iniziative isolate. Il terzo punto su cui vale la pena soffermarsi è l’obiettivo 5.3, dedicato alla diffusione della cultura spaziale. È un aspetto spesso considerato accessorio, mentre diventerà sempre più strategico. La politica spaziale ha bisogno di consenso informato, di fiducia pubblica e di una narrazione capace di spiegare perché gli investimenti nello spazio riguardano la vita quotidiana dei cittadini. Comunicare lo spazio significa raccontare in modo comprensibile il contributo dei satelliti alla gestione delle emergenze, alla tutela del patrimonio culturale, al monitoraggio ambientale, all’agricoltura di precisione, alla sicurezza delle infrastrutture e alla competitività delle imprese.

Il Piano nazionale di comunicazione e diffusione della cultura spaziale previsto dal documento può diventare, se ben attuato, uno strumento di cittadinanza scientifica. Campagne istituzionali, piattaforme digitali, citizen science, musei, planetari, open day e la Giornata Nazionale dello Spazio non devono essere vetrine occasionali, ma canali permanenti di relazione con il Paese. In questa prospettiva, anche ASI, università, CIRA, enti di ricerca e imprese possono svolgere un ruolo di divulgazione coordinata, evitando linguaggi autoreferenziali e mostrando il legame tra ricerca spaziale e utilità sociale. La comunicazione non è marketing: è parte della politica pubblica della conoscenza. Gli altri assi del Documento completano questa impostazione. L’Asse 2 punta alla crescita dell’ecosistema industriale, alla competitività delle PMI e delle start-up, all’Osservazione della Terra, al trasporto spaziale, alle telecomunicazioni, alla navigazione e alla logistica orbitale. È il terreno su cui la ricerca deve trasformarsi in capacità produttiva.

L’Asse 3 richiama governance, regolazione e centralità dello spazio nelle politiche pubbliche. È un passaggio decisivo, perché senza regole chiare, procedure snelle e una pubblica amministrazione capace di essere utente e acquirente intelligente, anche le migliori tecnologie rischiano di restare sottoutilizzate. L’Asse 4, infine, colloca l’Italia dentro le grandi reti della cooperazione internazionale: ESA, Unione Europea, NASA, Giappone, India, Paesi del Golfo, Africa e America Latina. La diplomazia spaziale è ormai una componente della politica estera e industriale, e l’Italia ha interesse a muoversi con continuità e ambizione. Il Documento Strategico indica dunque una rotta convincente. La sua efficacia, però, dipenderà dalla capacità di passare dalle intenzioni alla messa a terra: risorse pluriennali, governance stabile, valutazione dei risultati, coinvolgimento dei territori e raccordo tra ricerca, industria e domanda pubblica. La vera scommessa è fare dello spazio non un settore di nicchia, ma una leva nazionale di sviluppo.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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