L’Italia salta tre Mondiali di fila ma nei laboratori aerospaziali il vivaio c’è

di Andrea Colucci

ROMA (ITALPRESS) – In Italia succedono cose che, se non fossero vere, sembrerebbero uscite da una commedia ben scritta. Il Paese che ha insegnato al mondo la malizia del difensore, l’arte del contropiede e la sacralità della domenica calcistica, oggi riesce in un’impresa quasi fantascientifica: mancare tre qualificazioni consecutive ai Mondiali di calcio e, nello stesso tempo, restare credibile quando si parla di spazio, volo ipersonico, rientro atmosferico e esplorazione planetaria.

È una contraddizione che meriterebbe uno studio antropologico. Sul prato verde, dove per un secolo abbiamo allevato campioni iconici come Gianni Rivera, Gigi Riva e Dino Zoff e abbiamo costruito un patrimonio culturale condiviso, sembriamo avere smarrito il vivaio, la visione e perfino il lessico del futuro. Nei laboratori aerospaziali, invece, il vivaio c’è eccome: cresce, studia, sperimenta, sbaglia, riparte e spesso arriva lontano. Molto lontano. Talvolta, letteralmente oltre l’atmosfera.

Il paradosso è tutto qui. Nel Paese in cui il calcio non è soltanto uno sport ma una grammatica sentimentale nazionale, la filiera che dovrebbe produrre talenti sembra essersi arrugginita. Mancano continuità, coraggio, investimento, forse perfino pazienza. Ogni generazione viene caricata del peso della tradizione, ma sempre più raramente accompagnata davvero a diventare classe dirigente del pallone.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la maglia azzurra resta mitologica, ma il ricambio non lo è più. Poi però alzi lo sguardo verso Capua, verso il CIRA, e il tono cambia. Qui il lessico non è quello delle conferenze stampa post partita, ma quello dei piani strategici, dei dimostratori, delle infrastrutture, dei digital twin, delle tecnologie dual use.

E, curiosamente, funziona. Il nuovo Piano Strategico Triennale 2026-2028 del Centro Italiano Ricerche Aerospaziali parla una lingua che in altri settori italiani dovremmo imparare a riascoltare: ricerca che diventa valore industriale, collaborazione con università e imprese, formazione di nuove competenze, sperimentazione in ambiente reale, rafforzamento della competitività nazionale ed europea.

La stessa cosa avviene se guardi verso Grottaferrata, alle porte di Roma, dove l’ASI, l’Agenzia Spaziale Italiana, in una delle sue sedi, progetta il future Italiano per i viaggi nello spazio.

Tradotto dal burocratese al linguaggio del bar sport, significa una cosa molto semplice: ci sono posti in Italia dove non si vive alla giornata, non si aspetta il colpo del singolo, non si invoca il talento come se piovesse dal cielo. Si costruisce. Si progetta. Si testano soluzioni. Si forma una squadra vera, con ruoli, tempi, metodo e obiettivi. In altre parole: esattamente ciò che nel calcio italiano, da qualche anno, si dice di voler fare e poi quasi mai si fa fino in fondo.

Il CIRA ad esempio, nel triennio appena impostato, punta su cinque macro aree di ricerca che vanno dal volo aereo al volo stratosferico, dal volo ipersonico e sub-orbitale al volo spaziale e rientro, fino all’esplorazione planetaria. Non male, per una nazione che troppo spesso racconta se stessa come incapace di pianificare. Perché pianificare attività aerospaziali significa fare una delle cose più difficili che esistano: mettere insieme competenze rarissime, infrastrutture costose, tempi lunghi, standard rigorosi, filiere industriali complesse e una dose non trascurabile di coraggio tecnologico. Altro che schema su calcio d’angolo preparato male.

E soprattutto significa credere nei giovani. Il punto decisivo è questo La formazione della nuova generazione di specialisti non compare come orpello retorico, ma come asse strategico. Università, CNR, centri di ricerca, imprese: l’idea è creare massa critica, cioè quell’ecosistema senza il quale nessun talento individuale diventa davvero sistema-Paese. È il contrario esatto dell’improvvisazione. Ed è forse la lezione più utile anche per il calcio: i campioni non nascono da soli, si coltivano dentro un ambiente che li riconosce, li allena e li fa crescere.

Non stupisce allora che uno dei volti italiani più autorevoli nel panorama spaziale europeo sia Tommaso Ghidini, ingegnere aerospaziale con una lunga esperienza nei programmi spaziali europei e oggi al vertice del dipartimento meccanico del direttorato tecnologico dell’ESA. Attorno a figure come la sua non c’è il tifo da talk show, ma c’è qualcosa di più solido: la credibilità conquistata sul campo duro della scienza applicata, dei materiali, delle strutture, della validazione, dell’integrità dei programmi e delle missioni.

Qualche tempo fa, nel presentare il suo libro Homo Caelestis, Ghidini ha richiamato un principio che dovrebbe suonare familiare anche a qualsiasi settore sportivo serio: progettare per l’estremo, testare, validare, imparare dagli errori, costruire fiducia tra discipline diverse. È una frase che, letta fuori dal contesto spaziale, sembra quasi il manifesto di ciò che manca al calcio italiano: meno nostalgia, meno scorciatoie, meno culto dell’emergenza; più metodo, più formazione, più visione condivisa.

Forse, allora, la vera notizia non è che l’Italia sappia ancora eccellere nello spazio. La vera notizia è che continui a farlo mentre il suo sport identitario smarrisce la strada. Da una parte c’è un settore che investe in laboratori, dimostratori, reti di ricerca e giovani menti. Dall’altra un sistema che troppo spesso consuma in fretta i propri ragazzi, li espone presto, li forma poco e li rimpiange prestissimo. Nel primo caso si ragiona in termini di traiettorie; nel secondo, troppo spesso, in termini di alibi.

È un peccato, perché il calcio italiano resta un bene culturale nazionale, una memoria comune costruita da decenni di vittorie, di campioni irripetibili, di notti che hanno unito il Paese più di molte campagne elettorali. Proprio per questo la crisi del vivaio pesa così tanto: non riguarda soltanto i risultati, ma l’idea stessa di continuità con una storia condivisa.

Intanto, mentre il pallone ci sfugge dai piedi, i giovani che studiano aerospazio continuano a dirci che l’Italia sa ancora educare all’ambizione e alla disciplina. In luoghi di eccellenza come il CIRA e ASI si formano donne e uomini capaci di affrontare sfide complesse, cooperare su scala europea, trasformare la ricerca in applicazione concreta e immaginare il futuro senza farsene intimorire.

Basta guardare ad Artemis: la missione Artemis II, partita il 1° aprile scorso con quattro astronauti a bordo, ha riportato l’umanità sulla rotta della Luna dopo oltre mezzo secolo. E anche lì l’Italia non è una comparsa: con la filiera nazionale guidata da competenze industriali e scientifiche di primo piano partecipa a moduli e sistemi chiave del programma, dal contributo europeo a Orion fino agli elementi abitativi del Gateway lunare, confermando un ruolo concreto nella nuova corsa allo spazio..

Forse dovremmo prenderla con filosofia, e con un sorriso appena amaro. Se non riusciamo più a mandare con regolarità undici ragazzi ai Mondiali, restiamo comunque capaci di mandare idee, tecnologie e competenze verso obiettivi infinitamente più difficili. Il che non consola del tutto il tifoso, ma salva almeno l’autostima del Paese.

E chissà che la lezione non sia proprio questa: per tornare sulla Terra del calcio, l’Italia dovrebbe imparare qualcosa dalla sua testa spaziale. Meno retorica da spogliatoio, più cultura del progetto. Meno ricerca del salvatore, più cura del vivaio. Meno lanci lunghi, più traiettorie. Perché un Paese che sa pensare il rientro dallo spazio non può davvero arrendersi all’idea di non saper più costruire un buon numero 9.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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