di Vincenzo Petrone (*)
ROMA (ITALPRESS) – Il Presidente degli Stati Uniti, con le sue intemperanze, quasi inconsapevolmente colpisce spesso nel segno, perché mette a nudo le vulnerabilità che l’America ed i suoi alleati, Italia compresa, hanno accumulato per decenni per inedia, pigrizia politica e non di rado incompetenza. Un esempio macroscopico è lo strapotere che la Cina possiede oggi in materia di Terre Rare, i 17 minerali critici per l’economia globale e per l’high tech civile e militare. La riunione ministeriale in corso oggi a Washington, alla quale partecipa il Ministro degli Esteri Antonio Tajani, potrebbe lanciare una grande operazione strategica concertata tra alleati occidentali, per tentare di rimediare a colpevoli inadempienze. Potrebbe essere troppo tardi, ma Washington dovrà offrire ai Paesi convocati intorno al tavolo, un programma concreto, ben finanziato collegialmente, che includa le grandi società minerarie europee, canadesi e americane. Questi sono tempi di politica industriale non di laissez faire. Ma chiediamoci: come siamo arrivati al punto di essere ostaggi del Partito Comunista Cinese e del suo leader supremo Xi Jin Ping, che oggi controllano il 90 per cento della produzione e della raffinazione globale di Terre rare? Il Premio Pulitzer Keith Bradsher del New York Times, pochi mesi fa ricostruito magistralmente e in dettaglio la cronistoria della cecità strategica degli Stati Uniti. Servizi Segreti, State Department, Stati Maggiori, per 50 anni hanno ignorato le politiche di sviluppo che la Cina stava realizzando in questo ambito. E da noi, in Europa, non abbiamo fatto meglio. Il 4 aprile dell’anno scorso, in risposta alle proibitive tariffe annunciate due giorni prima da Trump sull’export cinese, è arrivato un forte squillo di tromba che ha risvegliato l’occidente dal torpore: le dogane della Cina bloccavano l’export di terre rare verso gli Stati Uniti. Diversamente da Trump e dai suoi trionfali annunci televisivi di tariffe, Xi Jin Ping non ha profferito parola e non ne ha avuto bisogno in quanto per suo conto parlavano le aziende americane che producevano materiali critici per l’high tech e per la Difesa. E quelle aziende venivano informate che le Terre Rare che avevano già acquistato erano ferme nei depositi delle dogane cinesi. Tra quei minerali c’era il disprosio, componente insostituibile dei magneti ad alta potenza per reattori nucleari, apparati laser, fibre ottiche e infine apparecchi medicali per la cura del cancro. Pochi giorni dopo, Trump faceva marcia indietro sulle tariffe cinesi, sospendendole. La Cina, mentre riprendeva le spedizioni di Terre rare, metteva invece una pistola sul tavolo. In ottobre il governo ha adottato per decreto un regolamento che prevede la concessione di una licenza per ogni carico esportato di Terre Rare, di prodotti manufatti contenente Terre Rare e di tecnologie e macchinari per la loro estrazione e raffinazione. Secondo indiscrezioni riprese dalla stampa britannica, Pechino avrebbe ritirato i passaporti a scienziati e tecnici che operano nello sviluppo di nuove tecnologie avanzate per la raffinazione, che poi è la parte più complessa nel processo di produzione di questi minerali, disponibili in molti Paesi ma difficilissimi da separare per produrre individualmente il singolo minerale richiesto per uno specifico prodotto. In sostanza, con il sistema delle licenze, Pechino si è dotata di uno strumento formidabile, per di più permanente e del tutto discrezionale, per poter vietare dall’oggi al domani qualsivoglia fornitura verso chiunque, non soltanto gli Stati Uniti. E può farlo selettivamente, impresa per impresa, prodotto per prodotto, Paese per Paese. Per di più acquisendo con ogni licenza dati preziosissimi sull’utilizzo delle Terre Rare in tutto il mondo, nelle singole imprese e nei singoli processi produttivi.
In un contesto del genere noi occidentali, Stati Uniti in testa, per una volta dovremmo applicare il reverse engineering nei confronti della Cina. Ossia imparare come si fa, ripercorrere le singole tappe dello sviluppo cinese in questo campo, gli strumenti e la strategia che la Cina ha utilizzato non tanto sul piano tecnologico che ormai è accessibile ma soprattutto su quello dell’acquisizione proprio in Occidente delle tecnologie per la raffinazione di questi minerali. Scopriremmo che gli Stati Uniti erano all’avanguardia negli Anni 80 e inizio 90, grazie alla General Motors che in Indiana, aveva raffinato per anni Terre Rare con le quali allora produceva magneti molto potenti per motori elettrici per uso sia civile che militare. La GM aveva appositamente creato una Società di produzione dei magneti, la Magnequench. Solo il Giappone, con la Sumitomo Special Metals, aveva tecnologie comparabili per la produzione di quei magneti. La Cina in cambio, pur essendo già leader mondiale per la produzione di terre rare nelle applicazioni industriali, era invece un decennio indietro rispetto a GM e a Sumitomo. E allora intelligentemente decise di comprarsi questa tecnologia senza tuttavia violare alcuna regola e senza urtare politicamente e militarmente le sensibilità degli Stati Uniti. Negli Anni 90 la GM come la gran parte delle grandi aziende concorrenti nell’automotive, decisero di non produrre più le proprie componenti ma di assemblare quelle altrui, prodotte in outsourcing. Era più conveniente sul piano economico e dava più flessibilità nelle catene di produzione in risposta ai cicli di mercato dei veicoli prodotti. E così GM vendette la Magnequench ad un gruppo di investitori in grande maggioranza americani, con una piccola quota azionaria che invece venne acquistata da una Società cinese i cui due titolari avevano sposato le due figlie del leader cinese Deng Xiao Ping. L’Amministrazione Clinton non fece obiezioni alla vendita da parte di GM della Magnequench, perchè la maggioranza di controllo dell’azienda restava in mano a cittadini americani. Dopo parecchi anni, nel 2001, i due soci cinesi proposero la vendita di macchinari ritenuti obsoleti ad una società di Tianjin.le macchine utensili vennero smontate e spedite per nave. Nel 2005, la maggioranza del capitale della Magnequench passa ad una società canadese, anche stavolta senza sollevare obiezioni a Washington. Subito dopo gli azionisti cinesi acquisiscono il controllo e Ia società inizia a fornire assistenza tecnica e tecnologica a Società cinesi che raffinano terre rare. Fin qui, il racconto può considerarsi addirittura banale perché in fondo si è trattato di uno dei tanti esempi di trasferimenti di tecnologie importanti alla Cina che poi le ha sviluppate fino a creare delle posizioni di monopolio. Non è già accaduto ad esempio per le energie rinnovabili, eolica e solare, e per le autovetture? Non è così perchè le Terre Rare sono strategicamente cruciali. E Stati Uniti, Europa e Giappone avrebbero dovuto comprendere già ben 15 anni fa che la Cina era pronta ad utilizzare il monopolio sulle Terre Rare come arma strategica, non solo commerciale ed economica, bensì anche politica e militare. L’occasione per capire l’assunto fu la stessa Cina a offrircela. Chi scrive la seguì direttamente da Tokyo, come ambasciatore d’Italia in Giappone. Siamo nel settembre del 2010,quando arriva un momento di particolare tensione tra Cina e Giappone, stavolta per l’ennesimo incidente marittimo nelle acque delle Isole Senkaku.
Questi scogli disabitati fanno parte dell’Arcipelago giapponese, ma li Cina considera propri e li chiama Diaoyu. La Guardia Costiera giapponese aveva arrestato e portato a Tokyo per processarlo e presumibilmente espellerlo, il comandante di una nave da pesca battente bandiera cinese trovato a pescare nelle acque delle Senkaku. Tutti sanno che questa è una tipica tattica cinse: inviare battelli commerciali in acque contese per poi proteggerle prima con la propria Guardia costiera e poi con la Marina militare, imponendo gradualmente uno stato di fatto della sovranità cinese a supporto della corrispondente sovranità di diritto che poi viene pretesa sul piano internazionale. Un copione che la Cina segue anche nel mar cinese Meridionale ed altrove. Dopo l’arresto del marinaio cinese, seguirono un paio di giorni di invettive che noi diplomatici a Tokyo considerammo parte dell’abituale repertorio cinese nelle crisi con i giapponesi. Dopo pochissimo tempo però si sparse la voce che fossero in preparazione rappresaglie importanti da parte della Cina. Senza alcun preavviso nè annunci politici, i funzionari del Ministero del Commercio di Pechino avevano disposto la interruzione di tutte le pratiche doganali di esportazione di terre rare verso il Giappone e verso società giapponesi ovunque esse operassero. Il Governo giapponese in poche ore fu costretto a chiudere l’incidente senza processo facendo ripartire il comandante cinese. La pressione delle industrie giapponesi avanzate era diventata fortissima. L’Ambasciata italiana inviò nei giorni successivi un lungo rapporto a Roma per riferire in tutti i dettagli quello che era accaduto nel sistema industriale giapponese già pochi giorni dopo l’embargo cinese. E ciò al fine di facilitare ogni utile parallelo con un eventuale crisi di fornitura di quei minerali per i corrispondenti settori industriali italiani. Altrettanto risulta che abbiano fatto i diplomatici degli altri Paesi europei e degli Stati Uniti.
Quasi 15 anni dopo, il 4 aprile del 2025 , l’imprudente intemperata del President Trump sui dazi ha ricevuto da Pechino un trattamento analogo ,quasi identico in realtà,a quello subito dal Giappone durante la crisi delle Senkaku senza che nè gli Stati Uniti nè i suoi alleatine traessero alcun insegnamento. L’aspetto forse più preoccupante di questa inedia politica e militare è che l’Occidente nel suo complesso è oggi addirittura più esposto al ricatto esterno di quanto lo fosse per esempio negli anni 70, dopo la Guerra dello Yom Kippur, quando i Paesi produttori di petrolio membri dell’Opec decretarono contro di noi l’embargo petrolifero. Ed è più esposto di allora per la semplice ragione che l’embargo petrolifero del 1973 riguardava soltanto un terzo della produzione globale di petrolio e ciononostante paralizzò interi settori industriali, impose forme di razionamento dell’energia e scatenò una ondata inflazionistica globale. Quel cataclisma venne provocato da interruzioni di forniture solo per un terzo della produzione globale. Per contro, oggi, la Cina controlla il 90 per cento delle forniture di Terre Rare. Cosa accadrebbe per esempio alle forniture militari se prima o durante una crisi su Taiwan la Cina fermasse il flusso di Terre rare verso l’Occidente? Chi in Europa rischierebbe accetterebbe di avere in casa una paralisi industriale per aiutare Taiwan? La posta in gioco con le Terre Rare è strategica, esistenziale. C’e da augurarsi che alla riunione ministeriale di oggi a Washington,gli Stati Uniti propongano di mettere riparo rapidamente e insieme, all’ imprevidenza di decenni.
Per far presto occorrerà creare subito dei veicoli finanziari comuni per lo sviluppo minerario, di tecnologie e impianti di raffinazione che offrano incentivi importanti ai Paesi più ricchi di materia prima. L’America ha già iniziato a farlo in Congo. Dovremo tutti collaborare, in Africa e altrove. Se operiamo insieme, abbiamo tutte le risorse finanziarie, scientifiche e tecnologiche che servono, soprattutto se i Governi sapranno coinvolgere nel progetto le grandi Aziende. Il vero ostacolo potrebbe essere anche stavolta il pregiudizio negativo del Presidente Trump e dei suoi fedelissimi per tutto quello che vincola i percorsi di sviluppo e di sicurezza americani all’Europa, al Canada, all’Australia e al Giappone. La reazione a questa minaccia strategica ci dirà se Washington abbia capito che non è in grado di affrontare da sola la sfida cinese senza i suoi alleati storici. E le Terre Rare sono un esempio ed una occasione di alleanza con l’America che noi europei non possiamo lasciarci sfuggire. Ma per ballare il tango bisogna essere in due.
(*) ambasciatore a.r.
(ITALPRESS).









