La ricerca aerospaziale cambia rotta: dall’eccellenza alla capacità

di Andrea Colucci

ROMA (ITALPRESS) – L’Europa potrebbe dover accelerare il ritmo dei lanci di Ariane 6 e Vega-C per rispondere alla crescita della domanda di satelliti. Sembrerebbe una questione apparentemente industriale, ma in realtà, dietro la capacità di mettere un satellite in orbita c’è un tema molto più ampio. La ricerca aerospaziale europea sta cambiando priorità: non basta più produrre buona scienza o singole tecnologie d’eccellenza; occorre trasformarle in capacità autonome, dimostrate, disponibili e possibilmente competitive sul mercato. È forse questa la tendenza più interessante del momento.

Le parole chiave sono autonomia strategica, sostenibilità, tecnologie critiche, digitalizzazione e dimostrazione. Lo confermano le scelte di finanziamento. La call Space 2026 di Horizon Europe mette a disposizione circa 91 milioni di euro per accesso allo spazio, osservazione della Terra, telecomunicazioni satellitari, scienze spaziali e tecnologie critiche, con un’attenzione esplicita alla riduzione delle dipendenze extraeuropee.

Nell’aviazione, la quarta call di Clean Aviation vale fino a 329,5 milioni di euro di fondi UE e concentra risorse su velivoli più efficienti, propulsione ibrido-elettrica e tecnologie a idrogeno. E nella proposta per il prossimo Horizon Europe 2028-2034, che dovrà ancora essere negoziata e approvata, la Commissione ha indicato un budget complessivo di 175 miliardi e persino “moonshot” dedicati, tra l’altro, alla clean aviation e alla space economy. Il messaggio politico e scientifico è chiaro: l’Europa vuole accorciare la distanza fra laboratorio e applicazione. Non rinuncia alla ricerca di base, ma chiede sempre più spesso che essa sappia arrivare a un prototipo, a una prova in ambiente operativo, a una filiera industriale.

È un passaggio decisivo anche perché aeronautica e spazio sono ormai tecnologie abilitanti di molte altre politiche: clima, mobilità, sicurezza, telecomunicazioni, gestione delle emergenze, agricoltura, difesa e autonomia digitale.

L’Italia, in questo scenario, ha carte importanti da giocare. Il CIRA è uno dei punti in cui questa nuova filosofia della ricerca è più visibile. Il Centro Italiano Ricerche Aerosspaziali, ben guidato dal presidente Tommaso Edoardo Frosini, nel suo piano strategico 2026-2028 mette al centro proprio la capacità di trasformare conoscenza e infrastrutture sperimentali in tecnologie mature e dimostratori.

Le direttrici vanno dal volo sostenibile alla stratosfera, dall’ipersonico e suborbitale al volo spaziale e al rientro, fino all’esplorazione planetaria. Programmi come Space Rider, sviluppato in collaborazione con Thales Alenia Space-Italia, con il sistema di protezione termica sviluppato dal CIRA, o le attività su piattaforme stratosferiche, sistemi satellitari rientrabili e propulsione ipersonica mostrano quanto oggi la ricerca conti soprattutto quando riesce a essere verificata nelle condizioni reali in cui dovrà funzionare. Accanto al CIRA c’è un ecosistema nazionale che merita di essere raccontato più spesso.

L’Agenzia Spaziale Italiana continua a sostenere università e ricerca avanzata, anche attraverso nuovi dottorati e programmi scientifici. Il CNR lavora sull’osservazione della Terra, sui dati satellitari, sui materiali e sui sistemi di accesso allo spazio: nel 2026 il programma Aviolancio ha completato una missione dimostrativa suborbitale.

Le università italiane sono parte integrante di questa filiera; un esempio recente è il lavoro del Politecnico di Milano sul progetto LUMIO, sostenuto dall’ASI e pubblicato sulla rivista “Space: Science & Technology”, dedicato anche allo studio dell’asteroide Apophis dal punto lagrangiano Terra-Luna L2. La sfida, dunque, non sembra essere quella di individuare un nuovo settore “di moda” su cui concentrare la ricerca. I grandi filoni sono già visibili: accesso autonomo allo spazio, riutilizzabilità, materiali avanzati, propulsioni più pulite, idrogeno ed elettrificazione, osservazione della Terra, intelligenza artificiale e digital twin, gestione automatizzata del traffico aereo e spaziale, esplorazione e utilizzo delle risorse extraterrestri.

La vera competizione riguarda la capacità di scegliere poche priorità, finanziarle con continuità e portarle fino alla dimostrazione e all’industrializzazione. È qui che l’Italia può trovare un vantaggio. Non necessariamente provando a fare tutto, ma collegando meglio ciò che già possiede: centri di ricerca, università, agenzie, grandi gruppi industriali, PMI e distretti tecnologici. La ricerca aerospaziale, oggi più che mai, non è una spesa destinata a produrre soltanto conoscenza. È uno dei luoghi in cui si costruiscono sovranità tecnologica, competitività e capacità industriale. E l’Europa sembra avere finalmente iniziato a finanziare la ricerca anche con questa consapevolezza.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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