LA JUVE “ALL’ARABATA” ERA STANCA E DISTRATTA

Quando ho sentito Lapo Elkann dire “Vergogna!” agli juventini sconfitti ho associato il pur immeritato (per durezza) rimprovero all’irreperibilità dei giocatori che avevano scritti sulle maglie i loro nomi in arabo, lingua che per abitudine tutta italica rappresenterebbe l’Incomprensibile (cosa che non vale per i numeri arabi, come si dovette spiegare a quell’onorevole che animato da sacro fuoco antislamico ne chiese l’abolizione). Si è giovato del…travestimento linguistico anche Ronaldo, notato sul campo di Ryad soprattutto per il cerchietto in testa a tenere i boccoli. Se l’immagine non vi sembra eroica avete ragione: la Juve “all’arabata” era stanca, distratta, demotivata. L’ha confermato Sarri. De Laurentiis avrebbe immediatamente criticato e cacciato l’allenatore – come ha fatto con Ancelotti – perché i tre succitati difetti possono risultare solo da una preparazione sbagliata, fisicamente e psicologicamente, per responsabilità del tecnico. Critico Sarri, dunque, ma non dimentico CR7: ammesso – e concesso – che Lui sia un fenomeno, non si può permettere di snobbare letteralmente un Evento che avrebbe aiutato il sor Maurizio e la squadra a chiarirsi le idee senza drammatizzare. E il punto dovranno farlo, con Lui, perché il problema c’è, evidente, e non mi sembra che la soluzione sia impossibile: si tratta di fare una squadra con una dotazione importante di giocatori, un mix di giovani dabbene e veterani d’alto bordo. Ispirato dal crollo dei rossoneri a Bergamo mi viene da dire che con quella gente che ha Sarri potrebbe fare – c’era una volta – un bel Milan da scudetto e da Champions.
Una squadra l’ha costruita da tempo Simone Inzaghi, al quale vorrei augurare una milizia laziale di almeno 26 anni, come Alex Ferguson all’United, perché se è già miracoloso aver lavorato un decennio con Lotito è ancor più meritevole di applausi la capacità di entrambi di convivere, collaborare, capirsi, scontrarsi e tuttavia trovarsi sempre lí con un impegno: lavorare per crescere. Il giovane Simone c’era già, alla Lazio, quando Lotito rateizzava i debiti, allontanava gli Irriducibili, sparava boutades allarmanti e tuttavia – sul piano pratico – individuava giocatori di talento che sfruttava e cedeva, curando il bilancio. Fino a quando ha deciso di tenerseli, i Bravi Ragazzi, per cominciare a vincere. Sembrava impossibile, c’è riuscito. Alla Lotito. In senso buono. Come quando dice che Milinkovic vale uno sproposito e se lo tiene anche quando gli offrono un pugno di euro in meno. Lui è fatto cosí. Grazie a Tare, il miglior direttore sportivo su piazza – e in sede, nello spogliatoio, al mercato agisce come se fosse lui il presidente, avendo tuttavia grande competenza e senso della misura – Inzaghi ha messo insieme un gruppo eccellente illuminato da Luis Alberto e confortato dai gol di Immobile, dotando la squadra di titolari da panchina sempre pronti a entrare tirati a lucido e efficienti. Sciocco farselo rapire, salvo pensare di ricominciare da zero. Ma alla fine, lo spirito e i numeri tecnici che hanno permesso alla Lazio di colpire e affondare la Juve in due occasioni ravvicinate dice chiaramente che il calcio non è filosofia se non nelle tribune televisive dove molti perdenti nati spiegano il calcio ai vincitori. Com’è successo con Allegri. È un vezzo tutto italico, peraltro verificato, quello di non saper perdere. Ma diventa un dramma in Casa Juve, dove esiste solo la vittoria. All’anno che verrà.

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