L’Iran e i dubbi di Trump

di Vincenzo Petrone (*)

ROMA (ITALPRESS) – Vado o non vado e se io vo’, chi resta? Il Presidente degli Stati Uniti magari non sa che Dante Alighieri aveva i suoi stessi dubbi di fronte ad una missione difficile. E se lo sapesse, penserebbe di essere stato copiato e magari gli farebbe causa. In materia di Iran, secondo la Carnegie Endowment di Washington, in due settimane Trump ha già minacciato 7 volte di intervenire, da ultimo ieri per incitare i coraggiosi dimostranti iraniani, 2500 dei quali già trucidati, a riprendersi il loro Paese e a perseverare, promettendo loro che “help is on the way”, gli aiuti stanno arrivando. Ma come intervenire militarmente senza rischiare di restare invischiati poi per anni? Allo stesso tempo, se mai c’è stato un momento opportuno per rovesciare la teocrazia iraniana, quel momento è arrivato. E ciò per 4 ragioni. La prima è che il regime non è mai stato così debole, perchè l’economia gli sta franando addosso e la gente è ridotta letteralmente alla fame. La seconda è che i migliori gerarchi civili e militari di cui Khamenei disponeva sono stati fisicamente eliminati in parte dallo stesso Trump nel suo primo mandato, ma soprattutto da Israele, prima, durante e subito dopo la guerra dei 12 giorni con straordinarie operazioni combinate di intelligence e militari.

La terza è che l’Iran di oggi non è più in grado di rispondere significativamente ad un attacco e di difendersi, perchè Israele con i suoi caccia bombardieri ha creato dei corridoi di libero passaggio nello spazio aereo iraniano nei quali la contraerea missilistica iraniana è stata eliminata. E non si è ancora ricostituita. E l’Iran non può neppure colpire pesantemente né Israele né obbiettivi americani in quanto le scorte di missili a disposizione per una rappresaglia sono molto esigue dopo la guerra dei 12 giorni. E perché sempre Israele ha reciso le diramazioni di potenza che l’Iran aveva costruito in Libano con gli Hezbollah e a Gaza con Hamas. Anche gli Houthi in Yemen sono stati per ora silenziati mentre in Siria Assad è ormai è un ricordo. La quarta ragione infine è che Khamenei ha ormai 86 anni, passa il tempo nascosto nei bunker e stando a indiscrezioni di intelligence emerse sulla stampa britannica, starebbe utilizzando gli Antonov russi che ius questi giorni portano armi a Teheran a spron battuto, per far uscire oro e valuta pregiata che potrebbero servirgli se fosse costretto a ritirarsi a vivere a Mosca.

Sicchè, tutto porterebbe a pensare che Trump si tuffi prestissimo in una nuova iniziativa militare. Cosa lo trattiene, visto che tra l’altro troverebbe nel Congresso tutto l’appoggio possibile? Il problema politico di politica interna e nel mondo MAGA è che Trump sa di essere stato eletto sull’onda della profonda stanchezza della opinione pubblica americana per decenni di guerre che l’America non poteva vincere. L’ultima in Afghanistan,conclusa in maniera tutt’altro che trionfale, dopo aver sofferto 4000 caduti tra militari e contractors. L’Iran è un gigante di 90 milioni di abitanti che la teocrazia degli Ayatollah controlla da quasi 50 anni ,grazie ad una rete di milioni di miliziani delle Guardie Rivoluzionarie, uomini dei Servizi Segreti, gerarchi delle società pubbliche soprattutto minerarie, burocrati. Tutta gente tenuta insieme per quasi mezzo secolo, dai fiumi del denaro della corruzione onnipresente e spesso ma sempre meno, anche dalla fede islamica oltre che dal terrore di quello che accadrebbe loro se il regime saltasse. E nonostante il tentativo di Reza Pahlavi, figlio dello Scià morto in esilio, di accreditarsi come garante della transizione, nessuno a Washington può aver dimenticato che Khomeini arrivò trionfante nel 1979 a Teheran, perchè gli stessi iraniani in grande maggioranza lo invocavano e lo acclamavano.

Furono i commercianti soprattutto, i bazaari, a far cadere lo Scià e sono stati gli stessi bazaari ad appoggiare il regime per decenni. L’alleanza tra costoro e gli Ayatollah è sopravvissuta a guerre e crisi di ogni genere e si è incrinata solo quando molto recentemente la Banca centrale iraniana, ormai a secco di valuta, ha interrotto un programma farlocco che consentiva ai bazaari di acquistare dollari con un forte sconto, una frazione della quotazione corrente sul mercato. E i profitti istantanei erano assicurati dalla differenza tra queste due diverse quotazioni. Bastava rivendere i dollari alla povera gente che li doveva acquistare perchè altro modo non aveva per difendersi dall’inflazione galoppante, prossima al 50% nelle settimane scorse. E poi questo gigante mediorientale ha una sua fortissima identità culturale e religiosa, e i suoi confini sono il frutto di una lunga vicenda storica, non certo della immaginazione e della convenienza politica interpretata dai cartografi di Sua Maestà britannica, come invece è il caso per il resto del Medio Oriente. Sicchè,per gli Stati Uniti tentare di prevedere e ancor più guidare gli eventi del post-regime non è solo difficile è impossibile.

E poi, come intervenire? Le forze speciali in Iran possono non funzionare, anche perchè basterebbe un solo uomo della Delta Force che restasse prigioniero delle Guardie Rivoluzionarie per imporre all’America una escalation che non vuole, e che neppure sarebbe facile da pianificare. La Marina americana ha spostato su ordine di Trump e del suo fedele Ministro della Guerra, la portaerei Gerald Ford e ben 12 altre navi dal Golfo Persico per tenerle ancorate al largo del Venezuela.La VI flotta del Mediterraneo,sta bene dove sta visto che la guerra in Ucraina è a due passi dall’Europa. La Abraham Lincoln opera nel Mar Cinese Meridionale, ci metterebbe una settimana a posizionarsi per operare sull’Iran e poi, non si sa mai, che la Cina pensi di approfittare dell’impegno contemporaneo americano in America Latina e in Medio Oriente per minacciare operativamente Taiwan magari con il blocco navale già prefigurato nelle ultime esercitazione della People Liberatio Army. Certo, resterebbero le grandi basi aeree di Ramstein in Germania e di Aviano in Italia e poi quelle in Gran Bretagna,ed è probabile che almeno a livello di Stati Maggiori i contatti tra americani,tedeschi,italiani e britannici ci siano. Anche perchèla base di Al Udeid in Qatar potrebbe non essere praticabile se gli USA non ottenessero l’autorizzazione dell’Emiro a far partire i caccia bombardieri. Il Qatar non vuole essere oggetto un’altra volta di rappresaglie iraniane e sa che ne sarebbe l’obbiettivo naturale. Infine,non è proprio detto che un intervento militare limitato aiuterebbe in maniera risolutiva la ribellione. Ieri, a un giornalista che proprio questo gli chiedeva, Trump ha risposto: “I don’t know”. In conclusione, la scelta su come ,dove e quando colpire militarmente è complessa.

Ma qualcosa l’America certamente farà in queste ore. E non potrà trattarsi di un intervento simbolico in quanto comprometterebbe la propria credibilità di deterrenza. La Russia e la Cina sono convitati di pietra in Iran. La quasi totalità del petrolio iraniano lo comprano le raffinerie cinesi. I precursori del combustibile solido per i propri missili l’Iran li importa dalla Cina. E la tecnologia dei droni iraniani Shaed ha permesso finora alla Russia di continuare la guerra in Ucraina dopo i rovesci iniziali.

(*) ambasciatore a.r.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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